Il Blog di Livia Turco

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“Io”, “Noi” e le donne. Intervista a cura di Natalia Marino

29 Luglio, 2020 (10:32) | Interviste | Da: Redazione

“Ho avuto la fortuna di vivere la politica come passione”, spiega Livia Turco, già parlamentare e ministra, oggi presidente della Fondazione Nilde Iotti. Forse è una delle ragioni del calore con cui si è rivolta alle donne con la lettera aperta “L’onda d’urto femminile”, affinché tornino a reagire, a riprendere le redini delle loro vite. Nella consapevolezza che il dramma vissuto, e ancora viviamo, per il Covid-19, ha segnato per sempre un prima e un dopo. E se indilazionabile è costruire un nuovo modello di sviluppo, l’universo donna deve tornare ad essere protagonista.

“Care donne – abbiamo letto – dobbiamo costruire un’onda d’urto che invada la società e le istituzioni della politica”. Parole forti, Turco.

Con la pandemia ci siamo scoperti fragili e interconnessi gli uni agli altri e strettamente legati all’ambiente. Abbiamo capito che non siamo onnipotenti signori del mondo, ma solo una parte. Il Covid ci impone un cambiamento radicale, antropologico direi, altrimenti saranno guai. Va rimesso al centro il “noi”, i beni comuni. Finora siamo andati avanti ubriachi di “io” e ci siamo ritrovati in un dramma epocale. Non va dimenticato. E l’interdipendenza può solo essere elaborata in solidarietà, relazione umana, nel prendersi cura delle persone, nella convivenza tra culture diverse. Cioè quello che le donne hanno sempre sostenuto. I fatti oggi ci danno ragione. Ho preso atto però che le donne sono sparite dalla scena politica, la coralità delle donne, intendo.

Assenti o silenti, secondo Turco?

Mi spiego con un esempio. Dopo Chernobyl, con le donne del Pci, le scienziate, le realtà femminili e femministe promuovemmo un convegno. Ci interrogammo e scoprimmo la coscienza del limite, il valore del lavoro di cura, della tutela dell’ambiente, la centralità dei beni comuni, della comunità. E queste categorie politiche sono la cassetta degli attrezzi che abbiamo elaborato, intendo la mia generazione, ed è utilissima in questo tempo, indispensabile. So bene che nel passato non siamo riuscite a imporre questi strumenti ma appunto per questo mi vien da dire: se non ora quando? Alla imprescindibile condizione, sia chiaro, di aver la consapevolezza e di condividere la portata, radicale ribadisco, del cambiamento da realizzare. E quindi anche della pratica politica, perché prendersi cura è pratica politica. Ma è urgente elaborare ora un’idea di società, e adesso è anche il tempo delle decisioni politiche. Che tipo di sanità vogliamo? e che servizi sociali intendiamo avere di fronte all’esplodere dell’invecchiamento, oppure le esigenze dei bambini costretti a vivere il lockdown isolati in casa? Questo è il tempo delle scelte.

Eravamo ancora in lockdown quando il 2 giugno, Livia Turco, in qualità di presidente della Fondazione Nilde Iotti ha partecipato all’iniziativa di omaggio alle Madri Costituenti promossa dall’Anpi per celebrare la Festa della Repubblica. Nella lettera c’è un esplicito richiamo alle 21 donne elette nella prima assemblea democratica.

Io sono grata all’Anpi e alla nostra carissima presidente Carla Nespolo per questo straordinario 2 giugno. È stato bellissimo e importante ricordare le 21 Madri costituenti che ci hanno insegnato esattamente ciò che oggi manca alle donne: il valore del “noi”, del gioco di squadra. Vedo una pluralità di iniziative, una grande generosità, tante iniziative; ma quanto incide, concretamente, questo fare? Le Costituenti, al di là degli articoli della Carta, ci hanno lasciato in eredità una “vivente lezione”, cioè il modo di essere rappresentanti delle cittadine e dei cittadini, il legame fortissimo tra la politica e la vita delle persone, la loro capacità di essere “noi”. È possibile ricostruire questo “noi”? Io so bene che il mondo delle donne è plurale, che ci sono tanti femminili e femminismi, che esistono tante esperienze e che la pluralità è una ricchezza. Lo so bene. Pongo tuttavia questa domanda: stiamo incidendo nel modo più coerente con la nostra forza?

Come immagina ci si possa rivolgere alla coralità delle donne del nostro Paese?    

Il punto è proprio questo. Il “noi” è il popolo delle donne. Mi piacerebbe che la pluralità delle donne facesse un gesto, che battesse un colpo. Desidererei, confesso, una giornata con una grande mobilitazione delle donne. Non immagino affatto un’organizzazione femminile unica, per carità. Il “noi” che intendo è una predisposizione interiore al confronto, al costruire alleanze, è l’uscire dall’autoreferenzialità per costruire un legame con il popolo delle donne. Il richiamo alle 21 Madri è il “noi” e insieme il popolo delle donne, oggi è fondamentale la di pratica politica. Che senso ha dire “io mi prendo cura” e non essere immersi nel drammi sociali che viviamo?

Le donne italiane hanno molto combattuto e conquistato. Si tratta di passare il testimone?

Non è esattamente così. La generazione a cui appartengo la sua parte l’ha fatta, ed ora certamente deve passare il testimone ma ha il dovere di esserci ancora, ha l’obbligo della resilienza, della resistenza. Per intenderci. Nell’ultima legislatura le donne sono state protagoniste, numericamente significative, hanno fatto molte leggi, però non si è affatto percepita la forza delle donne e non si sono rese conto di quanto ancora sia lunga la strada da percorrere. È piuttosto prevalsa l’idea che bastasse l’affermazione, la consapevolezza e la bravura sul piano individuale, che fosse sufficiente fare buone alleanze con i maschi. Così non si è tentato un gioco di squadra. Invece le teche di cristallo esistono ancora in politica e adesso si ritroviamo a misurare disparità e discriminazioni. Ho sentito dire troppo spesso “Io, per la prima volta” in occasione di provvedimenti in favore delle donne. Ma come è possibile se quelle stesse battaglie le donne le hanno già portate avanti tanti anni fa? Quindi c’è stata la volontà di rompere nettamente con le generazioni precedenti. Da parte mia, credo molto nel rapporto tra madri e figlie perché ho conosciuto la bellezza di vivere questo tipo di rapporto. Penso a Nilde Iotti di cui quest’anno festeggiamo il centenario della nascita: un modello di leadership molto attuale, una grande personalità perfettamente conscia dei suoi talenti. Ma aveva sempre in mente il “noi”, le altre donne, ed è stata costante promotrice di una politica popolare. Che oggi si è smarrita. Nilde e così Giglia Tedesco, Adriana Seroni e tante altre donne del Pci avevano voluto fortemente investire sulle giovani compagne, che a loro volta non predicavano la rottamazione, sapevano ascoltare. Oggi vuol dire rimanere in campo, a prescindere da luoghi e ruoli. Non solo in politica, dove si decide, e sempre con l’umiltà della pratica.

Come ci si rivolge alle giovani, qual è il terreno di incontro?

Ricostruendo un’alleanza generazionale, questo è il tema. All’interno di una stessa radicalità di pensiero. Nilde Iotti non si definiva femminista però ci è stata accanto, eccome. Questo è il tema: ricostruire la dimensione del “noi”. Naturalmente se condividiamo il punto di partenza: la tragedia del Covid ha cambiato completamente lo scenario e le donne sono quelle che stanno pagando di più, ancora una volta. Il mondo di precarietà, irregolarità, fatica, lavoro dequalificato è soprattutto femminile. Si tratta dunque, prima di tutto, di dare dignità al loro lavoro in un mercato occupazionale drammaticamente diviso tra le poche fortunate tutelate e le migliaia di precarie. Vogliamo riprendere a ragionare sul rapporto tra tempo di lavoro e tempo di vita? Sull’idea che la vita è un ciclo e ogni stagione ha il diritto di esprimersi? Sulla mescolanza dei tempi della vita? La questione del tempo è cruciale, concretissima. Oggi il tempo di lavoro è diventato tiranno, prosciuga, annienta gli altri spazi esistenziali. Le donne non hanno alcuna possibilità di scelta; pur di avere uno straccio di occupazione sono costrette ad accettare condizioni pesantissime e su di loro continua a gravare la cura degli anziani e dei figli. Non dimentichiamo che nel nostro Paese i servizi sociali sono praticamente inesistenti, nonostante siano trascorsi ben 20 anni dall’approvazione della legge quadro 328 sulla rete integrata dei servizi sociali. Ciò è accaduto perché ha prevalso la cultura neoliberista, con i bonus, l’esaltazione del dono e della gratuità, dei trasferimenti monetari, con il pretesto che le persone devono essere libere di scegliere… Ecco così siamo tornati all’assistenzialismo più becero anziché avere un welfare promotore delle capacità e del benessere delle persone tirar fuori le abilità anche delle persone più fragili. E la sinistra è stata subalterna.

Un j’accuse anche alla sua parte politica.

Insisto, oggi serve un cambiamento radicale se vogliamo finalmente costruire un welfare moderno, europeo in cui i servizi sociali siano considerati un grande investimento per lo sviluppo, l’occupazione, la crescita. Di questo hanno bisogno le donne. I servizi sociali non devono mendicare briciole. Nel welfare italiano deve esserci un unico fondo sociale, basta con la frantumazione fra fondi e fondini, e livelli sociali di assistenza obbligatori in una rete integrata di servizi. I governi dell’Ulivo avevano varato una grande e utilissima riforma che avrebbe saputo rispondere anche alla crisi epocale dettata dal coronavirus, se fosse stata applicata. Serve un welfare di comunità. Chiediamocelo: vogliamo costruire davvero un’alternativa alle Rsa, dove per il Covid sono morte centinaia di anziani? Vogliamo ritrovare il coraggio che ebbe Basaglia nel chiudere i manicomi? La pandemia ha portato allo scoperto problemi che avevamo, non possiamo più permetterci di cincischiare. È arrivato il tempo della radicalità.

L’antifascismo può avere un ruolo utile in questa visione?

L’antifascismo coincide con i valori della democrazia. E sul tappeto, non nascondiamolo, c’è la necessità di far rinascere la politica. Dobbiamo dire basta alla politichetta, dare peso al Parlamento. Ho scritto di un’onda d’urto che decida l’agenda politica e di governo del nostro Paese e che dobbiamo farlo oggi. Girando l’Italia per rendere omaggio a Nilde Iotti ho incontrato tante straordinarie persone, e sono state bellissime occasioni di dialogo. Pesaro ha dedicato a Nilde i centralissimi giardini del lungomare, inaugurati alla presenza del sindaco Matteo Ricci; a Torrita di Siena la piazza principale ora porta il suo nome; a Napoli abbiamo proposto all’Assemblea degli amministratori di intitolare strade e piazze alle donne Costituenti perché Nilde non avrebbe voluto essere ricordata da sola. Ed è questa la grande lezione ancora viva e attuale delle 21 Madri: intendere la rappresentanza come strumento per dare voce a donne e uomini liberi, protagonisti del loro futuro.


Natalia Marino

da “Patria Indipendente” 

La salute di comunità per una comunità in salute

22 Luglio, 2020 (19:57) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

Una politica che si rispetti deve realizzare i profondi cambiamenti che il coronavirus ci ha squadernato. Oggi. Non domani. Con radicalità. Perché questo ci richiedono i cambiamenti necessari. A partire dal bene primario che è la salute. Ciascuno di noi in questi mesi credo che abbia ripetuto a sé stesso” prima di tutto la salute”.

La salute non solo come diritto fondamentale e come sistema sanitario pubblico. Che pure è essenziale.

Ma la salute come bene comune promosso da una comunità attiva e competente. Abbiamo toccato con mano il legame che ci unisce l’uno all’altra. Abbiamo visto la brutalità delle diseguaglianze sociali. Abbiamo visto quanto è brutale la cultura dello “scarto”. Anche perché i poveri e gli esclusi stanno aumentando.

Abbiamo visto il mondo in casa nostra. Ed abbiamo avuto una percezione concreta di cosa significhi “la salute globale”. E’ stato molto importante che il Ministro Roberto Speranza nel positivo lavoro che lo ha contraddistinto in questi mesi abbia annunciato con altri Paesi europei l’impegno per realizzare il vaccino che sarà messo a disposizione di tutti come bene comune.

D’altra parte proprio il bene salute come bene comune  ci indica la società che dobbiamo costruire, la società dei beni comuni come progetto  di vita, idea di società, e motore di sviluppo ed occupazione.

La salute bene comune e la comunità che produce salute si contraddistingue per alcune scelte: la valorizzazione delle competenze della persona nel promuovere la propria salute, la promozione di stili di vita che consentano di guadagnare salute, contesti di vita e di lavoro che abbiano al primo posto la promozione della salute delle persone, la promozione della cittadinanza e della democrazia come pratica del prendersi cura delle persone, il sistema di servizi, pratiche e competenze mediche e sociali che siano accanto alla persona, le vadano incontro, la prendono in carico nel suo contesto di vita, si avvalgono della sua competenza e partecipazione attiva.

E’ questa idea della salute bene comune promossa dalla comunità competente che deve ispirare la riorganizzazione delle cure primarie e della medicina territoriale.

Come ha indicato il movimento promosso da Don Luigi Colmegna “Prima la Comunità”. Ed è importante che nel recente  Decreto Ricostruzione sia stato approvato un emendamento, primo firmatario On. Graziano Del Rio,  che finanzia progetti di Comunità della Salute.

Ma il punto non è avere solo buone pratiche ma partire dalle buone pratiche -che si sono sedimentate nel nostro territorio a partire dal progetto varato e finanziato nel 2007 (Governo Prodi) delle Case della Salute – per far diventare la medicina di comunità e la salute come bene comune il sistema delle cure primarie diffuso ed uniforme su tutto il territorio nazionale.

Servono delle scelte nette. Anche perché sono temi e questioni, elaborazioni, leggi che datano più di vent’anni.

Due ad esempio: il Decreto Legislativo 229/98 e la legge quadro sulla rete integrata dei servizi sociali  la 328/2000.

Non è seria e credibile la retorica che è diventata linguaggio comune sulla centralità della medicina territoriale se non ci interroghiamo sulle ragioni per cui essa è rimasta cenerentola del sistema sanitario e non è diventato il secondo pilastro del sistema della salute, sul come mai primeggia comunque e sempre il ruolo dell’ospedale.

La mia risposta è che non si è voluto costruire il progetto della integrazione socio sanitaria  e della Casa della Salute perché non si è capito l’importanza della salute come bene comune promossa da una comunità in salute, non si è voluto realizzare quella abusata parola: integrazione.

Perché  giocano interessi economici ed una scala valoriale relativa alla reputazione, considerazione dei servizi e delle professioni mediche e socio sanitarie che considerano minore la medicina territoriale.

Al  contrario abbiamo visto le difficoltà alla integrazione dei professionisti, al lavoro di equipe, alla integrazione di servizi anche perché è difficile integrare i servizi sanitari con i servizi sociali quando questi ultimi non esistono.

Se vogliamo guardare in faccia una delle sconfitte della sinistra - per l’aggressività del progetto di welfare del Centro destra incentrato sulla esaltazione dei valori del “Dono” e della “Bontà” che si concretizzavano  in  pesanti tagli al servizio sanitario pubblico e nella archiviazione dei servizi sociali in cambio di bonus monetari, progetto contrastato in modo debole dalla sinistra - basta guardare alla indecenza dell’abbandono di una riforma frutto di una lunga e vasta mobilitazione sociale, la 328 del 2000 “Per un sistema integrato di interventi e servizi sociali”.

Essa   parla di promozione del benessere delle persone, di valorizzazione delle loro  capacità  a partire da quelle delle persone più fragili, di sostegno alla normalità dei compiti famigliari, di promozione dei diritti dell’infanzia, di progetto individualizzato per le persone disabili e non autosufficienti, di lotta alla povertà.

E’ stato  abbandonato a sé stesso, definanziato, senza i livelli essenziali sociali, senza un  piano sociale nazionale che contenga una lettura aggiornata e condivisa dei bisogni sociali.

I pochi servizi  sono affidati alla responsabilità ed alla cura dei comuni. Nonostante ci sia un Titolo V della Costiruzione che al suo articolo 117 comma 2 lettera m, mette in capo allo Stato il compito di definire i livelli sociali essenziali.

Come sarebbe stato diverso affrontare i drammi del coronavirus, i problemi dei bambini e degli anziani non autosufficienti se, anziché cedere alla cultura dei bonus e dei trasferimenti monetari, avessimo costruito la rete di quei servizi fondamentali e si fosse inteso il lavoro sociale una grande infrastruttura del paese, un grande investimento per lo sviluppo e l’occupazione e non il serbatoio di lavori considerati minori, sottopagati e non tutelati.

Quale grande merito bisogna riconoscere al Terzo Settore, al Servizio Civile,  che resta confinato come una canna d’organo a sé stante anziché  partecipare alla programmazione condivisa delle politiche sociali e della salute.

Dunque una salute di comunità e la comunità che produce salute, come in tutti i paesi europei, deve costruire il pilastro delle politiche sociali, il  pilastro del welfare che continua a mancare.

Sulla base di una tenace mobilitazione degli assistenti sociali - quei professionisti tanto bistrattati e che invece  dovrebbero essere rispettati e considerati  nella loro specifica esperienza che li mette a contatto degli “scarti umani “, delle fragilità e  delle emergenze -finalmente  è  stato scritto  su iniziativa delle parlamentari Lisa Noja e Elena Carnevali ed è stato approvato nel Decreto Ricostruzione un emendamento che prevede che  i servizi previsti al comma 4 dell’articolo 22 della 328/2000, i servizi di segretariato sociale, pronto intervento, emergenza, domiciliarità   facenti  capo alle Regioni, devono essere considerati livelli essenziali.

Dunque esigibili dai cittadini ed obbligatoriamente erogati e garantiti  dalle istituzioni. Ora ci vogliono le risorse per attuarlo.

L’avvio di questo sistema di comunità compete al Ministero della Salute che non a caso si chiama salute, dunque promozione attiva del benessere delle persone.

Stanziando le risorse necessarie e dotandosi di una governance adeguata. E’ doveroso che si costruisca un lavoro condiviso tra Ministero  Salute e Ministero del  Lavoro e delle Politiche Sociali, con Regioni e Comuni per definire i Livelli sociali.

Anzi, data l’urgenza e la rilevanza, e la pluralità di Fondi che affrontano materie sociali,  dovrebbe su questo attivarsi la funzione di indirizzo e coordinamento della Presidenza del Consiglio che coinvolga nella definizione del Piano sociale e dei livelli sociali tutti i ministeri insieme alle regioni ed enti locali  al terzo settore ed alle parti sociali, comprese quelle economiche.

Perché la salute e l’inclusione sociale devono essere considerati motore dello sviluppo e della crescita. Se vogliamo davvero voltare pagina.

La  Salute di comunità  si contraddistingue per alcuni punti di fondo che devono fondare l’impianto della Cure territoriali.

1) I servizi sanitari e sociali devono “andare  incontro” alle persone, scovare il loro disagio, non attendere che le persone vadano ai servizi perché tante volte quelle persone i servizi non li conoscono;  attivare politiche differenziate, a seconda dei bisogni delle persone, secondo  il principio dell’universalismo selettivo che come ci aveva insegnato Ermanno Gorrieri non è un ossimoro ma un modo concreto per praticare  servizi universalistici.

2) Le figure professionali, il no profit, l’intervento pubblico, la comunità nel suo insieme ascoltano e valorizzano  le competenze della persona nella promozione della sua salute .

3) Le politiche della salute sono promosse e valutate attivando la partecipazione attiva dei cittadini, di tutti i corpi intermedi,  secondo il principio della democrazia deliberativa.

4) Il Prendersi cura delle persone deve diventare un ingrediente della cittadinanza e della democrazia e dunque deve impegnare  tutti i cittadini e le cittadine.

5) Vanno valutati gli impatti che sulla salute della persona e della comunità hanno i cosiddetti “determinanti della salute” ed essi  vanno tradotti in politiche concrete di miglioramento dei contesti di vita rendendo concreto il principio indicato dall’Unione Europea molti anni fa “la salute in tutte le politiche”.

6) Il servizio cruciale per promuovere la comunità della salute è il Punto Unico di Accesso che sia in grado di orientare le persone e rendere concretamente fruibili i servizi presenti nel territorio.

7) I servizi sociali e sanitari che costruisco la rete della comunità devono essere accessibili h 24.

8) Bisogna che i servizi sanitari e sociali territoriali, attualmente dispersi e frammentati, siano visibili e fruibili, dunque siano concentrati  entro uno stesso luogo fisico. La Casa della Salute o la Casa della Comunità.

9) La medicina di comunità opera secondo programmi condivisi, sulla base del Programma delle Attività Territoriali  del distretto, del Piano Sociale di Zona, Del Piano Integrato di Salute. Sviluppa programmi di prevenzione per tutto l’arco della vita, basati su conoscenze epidemiologiche e sulla partecipazione informata dei cittadini. Mantiene, tramite il distretto, rapporti regolari di collaborazione con l’ospedale di riferimento, anche per la definizione di protocolli per accessi e dimissioni programmate.

10) Realizza la ricomposizione delle  professioni sanitarie, realizza concretamente l’attività interdisciplinare tra medici, specialisti, infermieri, terapisti, assistenti sociali e altre figure sociali  anche per integrare operativamente le  prestazioni sanitarie con quelle sociali. Va risolta  la questione dirimente del ruolo del medico di famiglia, dalla questione anomala di un libero professionista convenzionato con il sistema sanitario nazionale alla sua formazione universitaria.

Mi auguro vivamente, avendo sempre riposto molta fiducia nella figura del medico di famiglia, che tale cambiamento avvenga e sia proposto dalla categoria medesima.

La salute bene comune e la comunità della salute possono aprire un cambiamento che riguarda non solo il sistema delle cure per la salute  ma il modo di costruire la comunità. Per rigenerare i legami umani e sociali.

Costruire una cooperazione tra risorse e soggetti presenti sul territorio e realizzare progetti di sviluppo condivisi.

Valorizzare il lavoro in tutti i suoi aspetti a  partire dal lavoro di cura. Costruire una scansione tra il tempo di lavoro e gli altri tempi della vita che consenta a ciascuna persona, in ogni stagione della vita, di vivere la mescolanza tra lavoro, cura, formazione, tempo della convivialità e del dono, tempo per sé.

Far rinascere la democrazia come partecipazione attiva e  presa in carico delle persone.

 

Livia Turco

da: Quotidiano Sanità 

L’onda d’urto delle donne

18 Giugno, 2020 (14:31) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

Care donne, dobbiamo cambiare passo. Lo dico da cittadina che ha una storia politica e che sente oggi la passione ed il dovere di fare la sua parte per costruire un mondo nuovo, una società umana. Dobbiamo avere l’ambizione di costruire una nuova stagione di protagonismo femminile. 

Dobbiamo costruire un “onda d’urto” che invada la società e le istituzioni della politica. Un “onda d’urto”  che decida l’agenda politica e di governo del nostro Paese. Dobbiamo farlo oggi. Non domani.

Nel dramma che abbiamo vissuto si è vista in modo travolgente la forza delle donne. Noi sappiamo che quella  forza scandisce la normalità della vita di questo nostro paese ma essa è sempre stata ignorata, non vista, taciuta.

Ora non si può far finta di nulla, non si può passare oltre. Non lo dobbiamo permettere. Quella forza ha inciso nella dimensione simbolica del nostro paese. Tante donne in questa terribile pandemia hanno conosciuto la fatica, la sofferenza  ed oggi vivono l’umiliazione della esclusione sociale , della perdita di lavoro, della precarietà.

Tutti gli studi e  le statistiche dicono che le donne sono le più esposte insieme ai giovani a subire gli effetti economici e sociali della pandemia. Forza e fatica sono le due dimensioni della vita delle donne. Traduciamola in un protagonismo politico efficace.

Facciamolo nei prossimi giorni e mesi che  decideranno le scelte fondamentali per la rinascita del nostro Paese e dell’Europa. Quale sviluppo economico, quale lavoro, quale welfare, quale riconoscimento pubblico del tempo della maternità e del lavoro di cura, quale sanità pubblica, quale sistema di istruzione, quali politiche dei tempi di vita e degli spazi della vita, quali politiche ambientali, quale democrazia, come si governa questo paese.

Non è questione di parità, bisogna superare il concetto di parità, per costruire un modello di sviluppo a misura di donne e uomini.

Noi dobbiamo esserci. Dobbiamo essere determinanti. In questi giorni sono state avanzate da gruppi significativi di donne tante proposte importanti. Si è vista all’opera una azione politica diffusa e plurale di tante donne. In alcuni casi si sono realizzate significativi incontri tra donne della società e donne impegnate nelle istituzioni.

Abbiamo apprezzato l’autorevolezza di studiose e di scienziate. Abbiamo sentito la forza delle donne nei sindacati. Abbiamo  visto il lavoro di sindache coraggiose. Abbiamo apprezzato il lavoro di tante parlamentari .Ci sono provvedimenti adottati dal governo. Tutto questo però non produce forza politica adeguata a orientare l’agenda politica.

Qui il cambio di passo. Andare in ordine sparso, impegnarsi ciascuna nella propria associazione o gruppo è segno di generosità, è la testimonianza di una ricchezza e di una pluralità di impegno.

Ma rischia, appunto, di rimanere una testimonianza. Noi dobbiamo contare e partecipare alle decisioni. Per questo dobbiamo creare ora   una ”onda d’urto” che costruisca l’agenda politica.

Oggi. Non domani. Ed allora mi chiedo e vi chiedo se non sia giunta l’ora per creare questa  “onda d’urto” , di mettere insieme le forze, di confrontare i pensieri, di scriverli in un  testo condiviso anche perché i tanti documenti , le tante proposte in realtà convergono in un programma di governo che in larga parte condividiamo.

Come ci insegna la storia delle nostre lotte e conquiste, come ci insegnano le Madri Costituenti, “l’unione fa la forza”. Ma questo valore in questi anni lo abbiamo smarrito.

Dobbiamo ritrovare la bellezza  del NOI. Si, anche noi donne che siamo molto brave a predicare il noi ma poi ci siamo adagiate a praticare l’io, anche se nel piccolo gruppo. Vogliamo tessere questo NOI per costruire una agenda di governo per il nostro Paese e per l’Europa? Un NOI che coinvolga le madri e le figlie, le italiane e le nuove italiane.  Solo così saremo “un onda d’urto” e potremo esercitare una influenza nella politica e nella società.

Ma dovremo costruire anche “onda lunga” che raccolga i pensieri per cambiare i paradigmi, il sistema di valori con cui è stato governato questo mondo. Dobbiamo costruire una nuova Civiltà che parta dalla consapevolezza del nostro essere soggetti fragili ed interconnessi gli uni agli altri, le une alle altre.

Abbiamo una cassetta degli attrezzi in cui filoni del femminismo e di diversi pensieri femminili hanno elaborato categorie politiche: la coscienza del limite, il valore dei tempi di vita, la democrazia della cura, il valore delle relazioni umane, il prendersi cura delle persone come ingrediente della democrazia e della cittadinanza, il valore della convivenza tra culture diverse.

Esse avrebbero dovuto governare il mondo negli anni che abbiamo alle spalle e molte di noi, io tra loro, sentiamo il peso di non essere riuscite a farle diventare  le categorie fondanti del pensiero della sinistra.

Dobbiamo ricominciare, scovare pensieri nuovi, attraverso il dialogo tra di noi, l’ascolto reciproco, insieme, madri e figlie, italiane e nuove italiane. Dobbiamo elaborare con autorevolezza il pensiero di una nuova Civiltà, per una società umana a misura di donne e uomini. Insomma, dobbiamo riscoprire e fare rivivere il senso profondo e la forza  della relazione tra donne.

Livia Turco

da: La Repubblica 

Per un tempo di vita che duri tutta la vita

29 Maggio, 2020 (14:08) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

Il virus sconosciuto che si è abbattuto sul nostro pianeta e sulle nostre vite ha, tra le altre cose, portato uno sconvolgimento nella scansione sociale e nell’uso del tempo e sicuramente ha inciso sul nostro tempo interiore. La reclusione ha significato per molti di noi, abituati a vite freneticamente attive, scoprire il tempo lento e credo che per molti sia stata la possibilità di recuperare tanti momenti di vita trascurati come appunto, il rapporto con la casa, con gli affetti, con lo studio, con la memoria. Un tempo lento che ci ha scaraventato in faccia con durezza la concretezza delle diseguaglianze sociali.

Ben diverso un tempo lento vissuto in una casa comoda ed accogliente con il lavoro tutelato, dal tempo lento di chi vive in famiglie numerose in case piccole, con persone portatrici di fragilità e con l’assillo della perdita del lavoro e del reddito che non c’è. Abbiamo visto squadernarsi di fronte a noi come grandi problemi umani e sociali la vita dei nostri bambini, la vita dei nostri vecchi.

Ci siamo resi conto di quanto poco sappiamo dei problemi e delle aspettative di queste diverse fasi della vita perché in questi anni la rappresentazione sociale del tempo è stata divorata dal tempo della produttività, della fretta, della velocità connessa alla fase centrale della vita, come se questa fosse l’unica della nostra vita. Abbiamo dimenticato che la nostra vita è un “ciclo di vita” scandito da fasi, stagioni, cui corrispondono bisogni individuali e sociali peculiari. Paradossale per una società composta da una grande quantità di popolazione anziana e dove avere un figlio è diventato un lusso.

Abbiamo assistito ad un cambiamento profondo del lavoro che, con il lavoro agile ed il telelavoro, ha visto spostare il suo luogo di produzione nella casa, nella famiglia vale a dire nel luogo storicamente antitetico al mercato ed alla dimensione pubblica. Abbiamo visto quanto sia cruciale e centrale il tempo della cura delle persone nei suoi diversi aspetti: cura delle persone nella malattia, cura delle ferite sociali, cura dei contesti e dei luoghi sociali.

Nulla sarà più come prima, ne sono profondamente convinta. A partire dalla necessità di dare un nuovo senso ai tempi della nostra vita e costruire una scansione sociale che consenta di realizzare l’obiettivo di un tempo di vita che duri per tutta la vita. C’è stata una stagione, gli anni novanta, in cui questa consapevolezza del valore del tempo - scaturita dalla nuova soggettività delle donne, che volevano vivere con pienezza il tempo della maternità senza sacrificarlo sull’altare del lavoro o senza dover rinunciare alla pienezza del tempo di lavoro, con la pretesa di avere persino un tempo per stesse - si tradusse in dibattito pubblico, in azione politica efficace.

Libri come “Time To Care” di Laura Balbo, “Tempo da vendere e tempo da usare” di Carla Ravaioli, suscitarono un ampio dibattito. Scesero in campo sociologhe, urbaniste, femministe ,sindacati, lavoratrici, imprenditrici. Una proposta di legge d’iniziativa popolare “Le donne cambiano i tempi,” proposta dalle donne comuniste, raccolse in breve tempo 300.000 firme. Comparvero i piani regolatori dei tempi delle città che hanno avuto come protagoniste sindache ed assessore come Alfonsina Rinaldi a Modena e Mariella Gramaglia a Roma.

Il Piano Regolatore dei tempi delle città e l’Ufficio Tempo ed orari insieme alla inedita esperienza di mutualità come Le Banche del tempo sono diventati gli articoli 24 e 27 della legge 53/2000 e sono tuttora norme vigenti. L’esperienza italiana fece scuola in Europa, Barcellona, Parigi e tante altre città hanno costruito e continuano a costruire nuove politiche dei tempi di vita. Il contesto era quello del tempo scandito dalla organizzazione fordista del lavoro e l’esigenza primaria era conciliare il tempo di lavoro con gli altri tempi della vita, dare visibilità e riconoscimento sociale al tempo della cura, consentire alle donne di vivere con pienezza il tempo della maternità, riconoscere le peculiarità delle diverse stagioni della vita ed evitare che ciascuna coincidesse solo con una funzione sociale ma che tutte fossero attraversate dai tempi diversi della cura e del tempo per se’, della convivialità e del dono.

Successivamente questo dibattito si è spento, le conquiste legislative dimenticate. I processi di globalizzazione hanno portato uno sconvolgente cambiamento nella scansione sociale del tempo ed anche del suo valore. Siamo diventate società permanentemente attive. Questo scardina l’organizzazione dei tempi sociali e rende difficile connettere i tempi di lavoro con le gli orari dei servizi, dei negozi e delle scuole.

Il tempo di lavoro si è dilatato a dismisura, è diventato tiranno di tutti gli altri tempi di vita. Ha occupato tutta la giornata, la notte, le settimane, l’anno. Per di più è diventato una risorsa scarsa per cui pur di averlo le persone sono state disponibili ad accettare questa tirannia del tempo di lavoro. Non per tutti. C’è chi può scegliersi il tempo di lavoro, vivere un tempo di lavoro gratificante, scegliere di collocarlo in momenti diversi della vita. Insomma la fine della organizzazione fordista del lavoro, la destrutturazione del tempo di lavoro, la sua delocalizzazione ha accentato le diseguaglianze sociali.

Anche perché questo lavoro si è dislocato in luoghi lontani, è scomparso dai territori e dai luoghi in cui era radicato, ha smembrato identità collettive. Con le nuove tecnologie misuriamo le possibilità ma anche i vincoli offerti dall’essere sempre “connessi”: accanto al venire meno dei confini tra spazi/tempi di vita, non va sottovalutata la possibilità di risparmiare tempo (ad esempio di viaggio) oltre che di poter mantenere relazioni “ faccia a faccia” a distanza anche a livello quotidiano.

A fronte di questi cambiamenti, aumentano sia le esigenze di mantenere confini e distinzioni, sia , all’opposto di ridurli, attraversarli, ridefinirli. Anche se i tempi sociali continuano ad essere in larga misura standardizzati, aumenta anche il desiderio, ed in diversi casi anche la capacità di riorganizzazioni personalizzate di temi/spazi di vita. Stiamo diventando una società più” mobile”, sapersi muovere, spostarsi da una città all’altra e da un paese all’altro offre maggiori opportunità di lavoro e di crescita professionale ma comporta anche maggiori fatiche.

La mobilità è un fattore di crescita, economica e culturale. Bisogna evitare che esso diventi un ulteriore fattore di diseguaglianza sociale tra chi ha la possibilità egli strumenti culturali per muoversi e chi no. Bisogna promuovere il diritto alla mobilità delle persone. bisogna promuovere il diritto dovere alla formazione continua già prevista nella legge 53/2000 con il congedo per formazione ma che ora deve diventare parte integrante del tempo di lavoro, parte della dimensione lavorativa.

Questo ampliamento del tempo di lavoro non è stato accompagnato da un welfare che offrisse opportunità di sevizi, di beni comuni per accompagnare e sostenere il tempo di lavoro. Anzi questi beni comuni si sono molto impoveriti, rendendo difficili le connessioni tra il tempo di lavoro ed i tempi sociali. Le persone ed in particolare le donne sono state costrette a fare acrobazie per conciliare i normali compiti della vita con la perdita della possibilità di vivere tempi importati come il tempo prezioso della maternità, lo studio, il tempo per se’. E’ cresciuta la quantità del lavoro di cura richiesto dalle persone, dalle famiglie, dalla società.

Per la sua importanza nella vita delle persone, come fattore di inclusione sociale attraverso le tante esperienze di cittadinanza attiva. Ma esso è rimasto, nella rappresentazione pubblica e nel suo valore economico e sociale un tempo minore, poco remunerato, e, soprattutto è rimasto un tempo delle donne. Nell’ultimo decennio si è costruito una catena della cura che ha unito madri, figlie, nonne, bisnonne, supportate dalle donne migranti. Un anello forte della solidarietà femminile che ha consentito di non essere travolti dalla crisi finanziaria del 2008 e dai tagli pesanti apportati al welfare pubblico.

La cura delle persone deve essere un tempo pubblico, ingrediente della crescita economica, del benessere sociale. Ma anche ingrediente della cittadinanza e della democrazia. Due sono le scelte che rendono concreto anche sul piano simbolico questo valore della cura.

1) Riconoscere in modo adeguato il lavoro di cura svolto nelle famiglie dalle lavoratrici della cura, dotarlo di formazione, prevedere la loro iscrizione in appositi Albi presso gli Uffici comunali cui possono riferirsi le persone e le famiglie, dotare questo lavoro di uno status simile agli altri lavori superando ad esempio la norma che non prevede per queste lavoratrici l’assistenza sanitaria pubblica in caso di malattia mentre oggi il periodo di malattia, non superiore ai 15 giorni, è a carico delle famiglie.

2) Il servizio civile universale, cioè obbligatorio nella fase giovanile della vita. La cura delle persone diventa così sul piano simbolico e concreto un tempo pubblico, della cittadinanza civica. ll tempo del coronavirus con la pratica obbligata del distanziamento fisico comporta una diversa organizzazione del tempo e degli spazi. Anziché procedere in ordine sparo credo sia importante assumere questo cambiamento e pensarlo, gestirlo dentro un grande progetto ed una idea di società che rimetta al centro il valore dei tempi di vita e la costruzione di una diversa organizzazione dei tempi sociali che consenta a ciascuno, in ogni stagione della vita, pur rispettando le peculiarità e gli obblighi sociali di ciascuna, di vivere la MESCOLANZA dei tempi di vita.

Ci vuole un idea di crescita e sviluppo che metta al centro come grande fattore di sviluppo i beni comuni: salute ambiente, scuola, sostegno alle responsabilità famigliari. Bisogna dare dignità a tutti il lavori ed un welfare che riconosca i diritti di tutti i lavori superando la distinzione che si è aggravata tra lavori garantiti e lavori precari. Incentivare e regolamentare tutte le forme di lavoro flessibile che consenta concretamente la mescolanza dei tempi.

Bisogna costruire un welfare che sostituisca la babele degli attuali trasferimenti monetari in un welfare di comunità che a partire dalla promozione della salute come bene comune e dalla comunità che genera salute realizzi la connessione tra interventi sociali, sanitari, formativi, lavorativi attraverso la partecipazione attiva delle persone e la valorizzazione della loro competenze. Un Welfare che sia radicato nella comunità competente, che la animi e la sostenga e che costruisca finalmente il pilastro delle politiche sociali attraverso la rete integrata di interventi e servizi sociali.

Per una presa in carico attiva delle persone che tiri fuori di ciascuna, a partire dalle persone più fragili, le abilità e le competenze. Bisogna rilanciare i Piani Regolatori dei Tempi delle città per costruire citta aperte che offrano opportunità di vita sociale, economica, di formazione, di cultura lungo tutto l’arco della giornata e della settimana per consentire alle persone di vivere la mescolanza dei diversi tempi di vita. Una società permanentemente attiva ha bisogno di una” città aperta” che offra un ampia gamma di opportunità connesse ai vari tempi della vita. Tempi di vita significano spazi e luoghi.

Il tempo lento, della convivialità e del dono, il tempo della cultura, fanno riscoprire luoghi abbandonati o trascurati: gli orti, i cortili, le piazze, i borghi, le biblioteche, le chiese ecc.. ed inventare spazi nuovi. Bisogna consentire a ciascuna persona e ciascuna famiglia di costruire un “cocktail personalizzato” dei tempi di lavoro e di vita. Bisogna promuovere il mutuo aiuto, i legami sociali, lo scambio del tempo, come suggerisce la bella esperienza de le “Banche del tempo”.

Vivere la mescolanza dei diversi tempi di vita, lavoro, cura, formazione, cultura, dono, convivialità, impegno sociale, credo sia la cifra del cambiamento che dobbiamo realizzare. Questa mescolanza, accessibile a tutti e tutte, è la possibilità di una vita piena, di una società umana. E’ il modo concreto per attuare l’idea di un Tempo della vita che duri tutta la vita.

Livia Turco

da Huffington Post 

“Nilde Jotti. Madre costituente d’Italia e d’Europa”

25 Maggio, 2020 (10:40) | Interviste | Da: Redazione

Cento anni fa nasceva Nilde Jotti, partigiana, madre costituente della Repubblica, parlamentare italiana ed europea, prima donna Presidente della Camera dei Deputati, una straordinaria donna italiana il cui ricordo deve essere coltivato non solo nell’occasione, seppur solenne, del centenario.

L’impegno politico di Nilde Jotti affonda le radici nella partecipazione alla Resistenza come attivista nei “Gruppi di difesa della donna”, la struttura che provvedeva alla raccolta di indumenti, medicinali e cibo per i partigiani impegnati nella guerra di Liberazione.

La sua attenzione si concentra già allora sulla condizione della donna e sull’impegno per favorirne l’emancipazione e per dare voce alle donne emiliane, con le quali aveva condiviso gli anni difficili della guerra e con esse a tutte le donne italiane affinchè diventassero forza viva e operante nella vita politica di un Paese impegnato a rinascere. Il 2 giugno 1946 fu eletta all’Assemblea Costituente, insieme ad altre venti Costituenti anche grazie al voto che per la prima volta le donne italiane potevano esprimere, dopo una lunga attesa piena di aspirazioni che finalmente si realizzavano con il suffragio universale, maschile e femminile, autentica conquista di civiltà e dignità.

E quelle donne Nilde Jotti porterà sempre con sé, nella stesura della Costituzione, alla quale partecipò come membro della Commissione dei 75 incaricata di redigerla, rappresentandole nella tutela dei diritti, come nel discorso di insediamento da Presidente della Camera nel 1979, prima donna a ricoprire il ruolo di terza carica dello Stato, dedicando alle donne parole rimaste nella storia “Io vivo in modo quasi emblematico questo momento, avvertendo in esso un significato profondo che supera la mia persona e investe milioni di donne che attraverso lotte faticose si sono aperte la strada verso la loro emancipazione”.

Molteplici sono le ragioni per le quali Nilde Jotti va ricordata, per il suo luminoso e onesto cammino nelle istituzioni italiane ed europee, per la sua concezione di una politica alta volta alla realizzazione del bene comune, per la costante attenzione alle fasce più deboli della società, per la sobrietà, il rigore e l’eleganza del suo stile personale e politico, per la coerenza del suo pensiero e per il rispetto verso lo Stato e i suoi cittadini che la portò, dopo 53 anni di ininterrotta vita parlamentare, a dimettersi dal suo incarico per sopraggiunti problemi di salute, salutando il Parlamento con l’auspicio che lo spirito di unità che aveva guidato il suo impegno politico, prevalesse sui pericoli che si intravedevano all’orizzonte.

Nel centenario della nascita è forse giunto il momento di parlare di Nilde Jotti senza necessariamente far riferimento al suo rapporto personale con Palmiro Togliatti, guida storica del Partito Comunista. L’accostamento al nome del leader è stato talvolta ingeneroso per Nilde Jotti, il cui profilo politico, fatto di “progressione” continua, come amava definire il suo percorso, sarebbe stato lo stesso, anche senza la presenza dell’uomo che va forse ricordato innanzitutto come un amore e poi come un mentore.

Per capire l’eredità e l’attualità del suo pensiero politico, Osservatorio Roma e America Oggi incontrano Livia Turco, Presidente della Fondazione Nilde Jotti.

Chi è stata Nilde Jotti?

Nilde Jotti è stata una grande donna che ha conosciuto nella vita la sofferenza, la felicità, la forza ed è stata una madre della nostra Repubblica che ha partecipato alla lotta partigiana e alla stagione dell’Assemblea Costituente. E’ nata il 10 aprile 1920 a Reggio Emilia, in una famiglia semplice, con il padre, Egidio, ferroviere antifascista e socialista e la mamma, casalinga, antifascista, amante della lettura. I genitori furono per lei, prima e unica figlia molto attesa, fondamentali nell’educazione ai valori dell’antifascismo e della cultura. Il papà, licenziato dalle Ferrovie dello Stato perché antifascista, alla figlia raccomandava sempre di studiare, perché “loro sanno”, indicando in loro i borghesi che erano classe dirigente. E Nilde studiò, in scuole cattoliche perché il padre, pur essendo laico, preferiva i preti ai fascisti. La sua formazione avvenne in ambienti cattolici. Alla morte del padre, ottenne una borsa di studio dalle Ferrovie e si iscrisse all’Università Cattolica di Milano, diretta da padre Gemelli, laureandosi in Lettere a pieni voti. Qui conobbe figure che sarebbero poi state un grande punto di riferimento nella sua esperienza politica, a partire da Padre Dossetti con il quale conservò un rapporto durato fino alla morte del sacerdote. Conclusa l’esperienza universitaria alla Cattolica di Milano, guardando attorno a sé i disastri della guerra, capì che non bastava solo avere un sentimento antifascista ma era necessario combattere. Si iscrisse ai Gruppi di difesa della donna. Una caratteristica della sua formazione, che contò sempre molto in tutta la sua vita, era la capacità di ascoltare molte voci, il padre antifascista e socialista, la madre, le insegnanti cattoliche e la Cattolica, Don Milani, don Mazzolari, tutti preti impegnati contro il fascismo. Attratta dall’esperienza di un cugino sacerdote a cui era molto legata, che si era impegnato nel Partito Comunista clandestino insieme a tanti giovani che sacrificavano la propria vita per gli ideali, dopo aver ascoltato molte voci, scelse l’impegno nel Partito Comunista.

Inizia la storia di donna impegnata in politica, nelle istituzioni più alte dello Stato, con lo sguardo sempre rivolto alla vita e alla quotidianità delle categorie più deboli. Sono valori che le derivano dall’impegno nella Resistenza?

Le donne ebbero molte forme di impegno nella Resistenza. Nilde si occupò della condizione delle donne e dei bambini sfollati e abbandonati accolti nelle famiglie, ispirate dai valori del socialismo, di Reggio Emilia e Modena ,fasce deboli che da allora sono sempre rimaste alla sua attenzione. Nel corso di questa esperienza, assistenziale e culturale, di accoglienza e contatto con la quotidianità delle persone più fragili, maturò il suo impegno politico.

Quanto e cosa devono le donne italiane a Nilde Jotti?

Nilde Jotti ha sempre coltivato un rapporto molto intenso con le donne, sia nella vita privata che pubblica. Le donne italiane le devono la Costituzione, perché, dopo essere stata eletta all’Assemblea Costituente, fu nella Commissione dei 75 che la elaborò. Alcune pagine scritte a tutela delle donne lo sono per iniziativa di Nilde Jotti che partecipò alla elaborazione degli articoli relativi alla famiglia, l’art. 29, 30 e 31 che parlano dell’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi e della eguale responsabilità verso i figli, di un welfare che si facesse carico dei figli di famiglie numerose. Anche l’accesso delle donne alla magistratura e l’art 48 sulla partecipazione politica hanno visto un contributo significativo di Nilde Jotti che è stata in quella occasione un grande esempio di alleanza con tutte le 21 donne costituenti che, al di là delle opposte posizioni politiche e del credo religioso, sono state un grande esempio di rappresentanza politica. Con un mirabile gioco di squadra, seppero mettere al primo posto i diritti delle donne, nel presente, per i problemi più immediati, e con una visione per il futuro, raccogliendo il bisogno di cambiamento che le donne avevano maturato partecipando alla lotta partigiana. Le donne italiane hanno tutte un dovere di gratitudine nei confronti di Nilde Jotti e delle altre 20 donne costituenti. A me piace pensarla “lei con le altre”, perche’ è così che vorrebbe essere ricordata.

Qual è stato il senso e lo stile della politica di Nilde Jotti?

L’eleganza della politica, intesa come eleganza dell’animo, della parola, come disponibilità verso le persone e anche amore per la sua femminilità, l’idea della politica come bene comune, come attenzione alle persone più fragili, come costruzione di una politica popolare in cui tutte le persone fossero partecipi e consapevoli. E’ questa la sua grande eredità. Madre costituente della Repubblica, è stata una donna delle istituzioni, entrò in Parlamento a 26 anni e lo lasciò 20 giorni prima di morire. Prima donna Presidente della Camera, per 13 anni, 3 legislature, dopo due giganti della politica, Sandro Pertini e Pietro Ingrao. Una eredità impegnativa a cui arrivò con la sua grande esperienza politica e istituzionale e con una visione chiara della rappresentanza, per cui chi era nelle istituzioni era contemporaneamente nella società, attento ai movimenti sociali e attento alla vita delle persone. Deriva anche da questo il suo impegno tenace per le riforme istituzionali, per avere un parlamento che fosse molto efficiente.

E’ stata madre costituente d’Italia ma anche d’Europa?

Nilde Jotti è anche madre dell’Europa, costruttrice dell’Unione Europea dal 1969, quando partecipò come delegata del Partito Comunista al Parlamento Europeo, dove fu eletta e restò parlamentare fino al 1979 quando divenne Presidente della Camera. Ha contribuito sempre a promuovere la costruzione del Parlamento Europeo, come parlamentare europea ma anche da Presidente della Camera perchè era solita trovare occasioni per riunire i Parlamenti dei vari Stati e continuare a costruire l’Unione europea. Si battè sempre affinchè il Parlamento europeo avesse molti poteri, necessari per costruire l’unione politica europea. Una lezione molto moderna.

Lo stile di Nilde Jotti, fatto di rigore ed eleganza, è un modello oggi replicabile?

Avremmo molto bisogno di imparare da lei per realizzare una politica rispettosa degli altri, che abbia al primo punto il bene comune, che sappia guardare al mondo globale, creare connessioni, capace di stare accanto alla gente in difficoltà, elaborando al contempo un’idea di società. Nilde Jotti è una fonte di ispirazione per una politica oggi assolutamente necessaria.

La Fondazione Nilde Jotti come rende concreta l’eredità del suo impegno e del suo pensiero politico?

Nilde Jotti è stata protagonista di alcune grandi battaglie sui temi della famiglia, il divorzio, il nuovo diritto di famiglia, sostenendo noi, giovani compagne come amava chiamarci, per la legge contro la violenza sessuale, per l’inserimento delle quote nelle liste elettorali e nelle lotte su temi inediti. Era una donna con una grande autorevolezza, con una sua storia ma aveva molta curiosità verso la nuova generazione di donne. La Fondazione ha cercato in questi anni di ricostruire la sua memoria, che ricorderemo in questo centenario appena possibile, pubblicando biografie di Nilde Jotti, i suoi discorsi parlamentari legati alle battaglie che fece per le donne che sono sul sito della Fondazione, libretti stampabili che tutti possono leggere. In occasione del 70° anniversario del voto alle donne, abbiamo ricordato, con Nilde Jotti, tutte le madri costituenti, perché il nostro Paese non ha solo padri ma anche madri della Repubblica.

Qual è stato per Nilde Jotti l’appuntamento più importante con la storia, personale e politica?

Il suo grande amore per Palmiro Togliatti, profondo e sofferto, prima ostacolato e poi interrotto bruscamente quando Togliatti mancò a soli 64 anni, lasciandola, giovane, a vivere una condizione di profonda solitudine, con la figlia Marisa che avevano adottato. “Noi siamo una strana famiglia, uno strano marito, una strana moglie, una strana figlia ma siamo una famiglia molto unita, perché quello che ci unisce è la forza degli affetti”, con queste parole Nilde Jotti raccontava la sua famiglia. Questo dato della sua esperienza privata è stato così dirompente che ha inciso nel suo impegno nella legislazione per il diritto di famiglia. Il suo discorso memorabile in occasione della legge sul divorzio, fu incentrato sulla volontà di avere una famiglia basata sulla solidità e la forza degli affetti. Privato e politica si incontravano. Nilde Jotti viveva la politica con molta sobrietà, credo che il discorso di insediamento alla Camera sia stato uno dei momenti più alti nella sua esperienza politica e come vissuto personale, dove lei metteva a frutto tutti i suoi talenti, la cultura, la mediazione nel rapporto con le persone, la competenza istituzionale, il legame con le donne. Altro momento di incontro con la storia è stata certamente l’esperienza all’Assemblea Costituente che lei definì “la più grande scuola politica a cui io abbia avuto occasione di partecipare in tutta la mia storia politica”.

La vita politica di Nilde Jotti si conclude nel novembre 1999 con le sue dimissioni da parlamentare per gravi motivi di salute. Un atto responsabile e nobile di chi vive la politica a servizio dello Stato e dei suoi cittadini. Una signora della Repubblica anche in questa ultima scena?

Si, certamente. La signora della Repubblica la ricordo quando pur malata, sedeva ogni giorno sul suo scranno a Montecitorio, erano gli anni dell’Ulivo, la prima volta della sinistra al Governo, nei mesi in cui io ero ministro per la Solidarietà sociale e quando entravo in Parlamento, cercavo sempre il suo sguardo, sofferente ma luminoso, orgoglioso e materno, che mi dava molta forza e che porto sempre nel cuore. La signorilità l’ho vista non soltanto nel gesto finale ma l’ho vissuta sempre, una signorilità che mi fa piacere ricordare insieme alla grandezza di Nilde Jotti.

Maria Teresa Rossi

Intervista pubblicata su Osservatorio Roma

Costruire un nuovo umanesimo

1 Maggio, 2020 (12:18) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

Ciò che di sconvolgente è avvenuto con la diffusione del Covid-19 cambia lo sguardo sul mondo. Non si può dire “torneremo come prima” perché questo significa non capire quanto è successo. Un virus oscuro che tiene in scacco l’umanità, che lacera la nostra economia, che getta le persone nella miseria, che vede a New York scavare le fosse per seppellire le persone povere che non avevano i soldi per curarsi e che sono morti,che ci guarda le file dei camion della Difesa italiana in un lungo corteo che trasportavano le bare in cerca di luoghi tra le varie città in cui seppellirli. Migliaia di persone anziane morte sole, senza il sorriso e la carezza dei propri cari.

Tutto quanto è successo ci fa vedere il mondo malato che abbiamo costruito noi. “Ci credevamo sani in un mondo malato” ha scritto Papa Francesco. La malattia scaturisce da una forza motrice potente che ha avuto i suoi meriti ma che nella sua unilateralità ha prodotto gravi danni: il motore della onnipotenza dell’uomo su ogni parte del mondo, del progresso come continua crescita ed arricchimento. Che si è tradotta in un esercizio della supremazia dell’uomo considerata normale e scontata che ha ferito le parti del mondo che non si lasciano dominare dalla supremazia dell’uomo come l’ambiente in cui viviamo, gli animali con cui conviviamo. Il mito della onnipotenza che si è accompagnato con quello dell’individualismo. Della ipertrofia dell’io.

La diffusione del Covid-19 invisibile ed impalpabile eppure mortale ci ha fatto sentire che non siamo onnipotenti ma fragili. La scoperta della fragilità è l’esperienza che stiamo facendo. Che non dobbiamo vivere solo come debolezza o come condizione passeggera ma come la restituzione della nostra reale condizione di esseri umani, la reale condizione della nostra umanità. Dobbiamo elaborare questa condizione di fragilità per capire cosa significhi e far scaturire da essa nuovi pensieri, nuovi paradigmi con cui guardare il mondo.

Elaborare e costruire un nuovo umanesimo che ci consenta di curare il mondo malato, di pensare e realizzare un mondo nuovo. La fragilità ci fa sentire più forte il legame che ci unisce l’uno all’altro, l’essere tutti sulla stessa barca. Ma questa consapevolezza e percezione non si traduce automaticamente in un sentimento di solidarietà, in una visione solidale ed inclusiva della società. Bisogna elaborare un pensiero sulle interdipendenze, sulle interconnessioni che ci uniscono e far cogliere il vantaggio ed il senso dell’essere comunità. Trasformare l’interconnessione in solidarietà. Elaborare un’idea di società, le pratiche sociali e politiche che possono realizzarla. Questa è la sfida che abbiamo difronte.

La salute ci ha calato nel mondo globale ed abbiamo capito che la salute è un bene primario e globale. La salute è il bene primario perché coincide con la vita umana, deve avvalersi di politiche globali, di istituzioni globali tra loro interconnesse. La salute diritto fondamentale e bene comune che si costruisce nella comunità deve essere il nuovo paradigma ed il punto di partenza per far sentire concreto e prossimo il legame comunitario e fare crescere il sentimento del mondo globale. Per comprendere e sentire il valore delle istituzioni sovranazionali bisogna che esse siano radicate nei nostri bisogni quotidiani e beni comuni. Quanto è stata fondamentale, ad esempio, l’Organizzazione Mondiale della Sanità nella gestione di questa pandemia, tanto che già nella Conferenza di Alma Ata del 1978 aveva indicato l’obiettivo della salute globale, costruita nella comunità come benessere della persona. Ci stiamo rendendo conto difronte ai drammi della disoccupazione, della povertà, che, o abbiamo una Unione Europea, o nessun paese potrà vincere da solo questa dura battaglia. A partire dalla salute e dunque dalla vita umana possiamo imparare a sentirci cittadini europei a capire il valore prossimo, legato alla nostra vita di una Europa unita.

Tempi di vita come grande questione sociale

In questi giorni abbiamo vissuto la strage dei nostri vecchi. Le persone cui dobbiamo la nostra democrazia, lo sviluppo, il benessere, i nostri affetti più cari. Guai se questa strage fosse accompagnata da un sentimento di ineluttabilità. In un tacito relativismo etico, in una nascosta cultura dello scarto, “comunque erano vecchi”. La tragedia che abbiamo vissuto e viviamo deve farci amare ancora di più i nostri vecchi e sollecitarci ad aprire un dibattito pubblico sul valore della vita in ogni sua stagione. Sul significato della vecchiaia, sul come viverla con dignità, tenerezza, sostegno e solidarietà. Affrontare il paradosso per cui siamo un paese che invecchia e non ha mai promosso un dibattito pubblico sulla vecchiaia e contemporaneamente lascia i giovani in una condizione di precarietà.

Ed allora bisogna parlare del ciclo della vita scandito nelle sue diverse stagioni. Esse corrispondono a funzioni ed obblighi sociali, certo ineludibili, ma sono, ciascuna, stagioni della vita con eguale valore che dobbiamo imparare a vivere ciascuna con la propria peculiarità e con la mescolanza dei diversi tempi di vita: studio, lavoro, formazione, tempo della cura, tempo per sé. Questa mescolanza dei tempi in ogni fase della vita è il modo concreto per dare valore alla vita umana e realizzare la parola d’ordine ”per una vita che duri tutta la vita”.

Bisogna costruire politiche del lavoro, uno sviluppo economico, un sistema di welfare, politiche urbanistiche che abbiano questa ambizione. Il tempo, i tempi della vita, la loro scansione sociale, la loro fruibilità e mescolanza è questione cruciale per costruire una società umana. Tempi di vita e di lavoro che già sono cambiati in questa drammatica crisi. Abbiamo assistito ad un mutamento profondo del lavoro. Lavoro in casa, telelavoro, lavoro agile. Che con una rapidità strepitosa, ha ridefinito le connessioni spazio -tempo; tempo per il mercato e tempo per la cura perché quel lavoro si svolge nel luogo per eccellenza che è la casa.

Un cambiamento per cui le donne si battono da decenni e che si è materializzato in nuove forme dentro questa drammatica crisi nel giro di poche settimane. Abbiamo visto squadernarsi difronte a noi le tante forme di lavoro e le differenti forme di tutele. Il vecchio tema, lavori tutelati e lavori non tutelati non solo non si è risolta, si è anzi aggravata. Ed il tempo di lavoro per molti, in particolare giovani, si pone come “tiranno” degli altri tempi della vita, cosi scarso, così necessario che lo si accetta a qualunque condizione. L’uso del tempo è rivelatore delle diseguaglianze sociali e può fomentare diseguaglianze. La preparazione della ripartenza economica ha come riferimento il principio imposto dalla salute del “distanziamento” tra le persone a partire dai luoghi di lavoro ed in quelli pubblici.

Vediamo che questa esigenza incide sui tempi, sugli spazi, impone un tempo sociale più lento, un tempo di lavoro che si snoda lungo tutto l’arco della giornata, la dove non è possibile realizzare il lavoro agile a casa, richiede la possibilità di utilizzare i servizi quotidiani e sociali in un arco di tempo più ampio, si dice giustamente che bisogna evitare le ore di punta, con la conseguente congestione del traffico. Si discute di come fanno i genitori che tornano al lavoro a lasciare i propri figli a casa. Questo ripropone l’importanza di tempi e spazi per l’infanzia e l’adolescenza che siano di sostegno alle famiglie ed alla attività formativa delle scuole. Siamo in emergenza, urgono soluzioni urgenti ma questi non sono questioni emergenziali ma l’espressione di bisogni e problemi da cui partire per riprogettare la nostra società a partire dalle definizione dell’agenda politica.

Ci vuole un Piano Regolatore dei tempi nelle città per ampliare e connettere le opportunità di studio, di servizi sociali e sanitari, culturali con il tempo di lavoro. Una società permanentemente attiva ha bisogno di una società che offra un ampia gamma di opportunità, che sia aperta e solidale. Ha bisogno di riscoprire e di rivitalizzare i suoi luoghi e spazi. Solo così si possono realizzare le connessioni tra i tempi di lavoro ed i tempi di vita e dare la possibilità a ciascuna persona di vivere la mescolanza dei diversi tempi di vita. Bisogna costruire un welfare che riconosca dignità, diritti e tempi di vita a tutti i lavori. Bisogna riconoscere il lavoro di cura, la sua centralità economica, sociale, di costruzione della comunità. Tempo pubblico per eccellenza che deve essere riconosciuto, tutelato e valorizzato nelle diverse forme in cui il prendersi cura si manifesta: lavoro famigliare, cittadinanza attiva. Tempo e cura per l’infanzia, tempo e cura per gli anziani.

Un documento recente elaborato da studiose e donne impegnate nelle associazioni categoriali parla di una Democrazia della cura. Io penso sarebbe utile lavorare ad una Legge quadro sul lavoro di cura a partire da alcuni provvedimenti urgenti come il sostegno economico a chi oggi è colf e badanti, dalla emersione del lavoro in nero attraverso la regolarizzazione e la possibilità per le lavoratrici ed i lavoratori della cura quando si ammalano di vedere il tempo della malattia a carico dello Stato e non del datore di lavoro peraltro per soli 15 giorni a prescindere dalla gravità della malattia.

Costruire la comunità competente

Per trasformare le interconnessioni in solidarietà è fondamentale costruire la comunità competente.

Questa scelta deve orientare lo sviluppo economico e sociale, le politiche di welfare, il senso e le forme della democrazia.

La globalizzazione che abbiamo conosciuto ha impoverito i nostri territori del lavoro, delle identità culturali, della partecipazione democratica facendoli sentire luoghi estranei e creando spaesamento e solitudine. Si può ridare senso alle istituzioni europee, si possono fare sentire utili e vicine le istituzioni internazionali, si può far crescere un sentimento europeo se queste contribuiscono a rianimare i territori in riportando in quei luoghi il lavoro, le opportunità di vita, i fondamentali beni comuni , con istituzioni democratiche che valorizzano le identità culturali e favoriscono nella vita quotidiana l’incontro ed il legame tra le persone sollecitandoli nelle loro competenze ad essere protagonisti del dibattito pubblico e delle decisioni pubbliche.

Costruire il senso e la concretezza della comunità a partire dai mondi vitali è il modo per fare si che quel sentimento e consapevolezza “siamo tutti sulla stessa barca” faccia crescere il sentimento e la consapevolezza della positività e della bellezza di diventare cittadini del mondo.

La salute come diritto fondamentale e bene comune che costruisce la comunità.

Bisogna tornare ai fondamenti, alle indicazioni della Organizzazione Mondiale della Sanità che nella Carta di Ottawa del 1986 afferma che: “La salute è creata e vissuta dalle persone all’interno degli ambienti organizzativi della vita quotidiana: dove si lavora, si studia, si gioca, si ama. La salute è creata prendendosi cura di se stessi e degli altri, essendo capace di prendere decisioni, e di avere il controllo sulle diverse circostanze della vita, garantendo che la società in cui uno vive sia in grado di creare le condizioni che permettono a tutti i suoi membri, di raggiungere la salute. Fattori economici, politici, sociali, culturali, ambientali, comportamentali e biologici possono favorire la salute ma possono anche danneggiarla”.

Dunque bisogna promuovere “la salute in tutte le politiche” attraverso i programmi intersettoriali della salute. Tutti parlano di rilanciare la Medicina del territorio, ma cosa intendiamo con questa definizione? Anche qui torniamo ai fondamenti, alla Conferenza di Alma Ata del 1978 della OMS che definisce le cure primarie “il primo contatto degli individui, delle famiglie, la comunità con il sistema sanitario del paese, portando l’assistenza sanitaria quanto più vicino è possibile a dove la popolazione vive e lavora, costituendo il primo elemento di un processo continuo di assistenza”.

Bisogna investire su le Case della salute che vantano un lungo percorso sperimentale e legislativo (Patto per la Salute 2006) ma sono state realizzate sul territorio nazionale in modo difforme, a volte come semplice accorpamento di servizi territoriali. Esistono delle buone pratiche ispirate dalla idea guida della comunità competente, che hanno realizzato una integrazione tra servizi sanitari, sociali, educativi, con team multi-professionali ,la promozione della medicina d’iniziativa e l’attivazione della partecipazione competente dei cittadini. Sarebbe utile conoscerle e discuterle in un dibattito pubblico. C’è bisogno che il Ministero della Salute promuova una vasta e partecipata Conferenza nazionale sulla medicina territoriale per definirne il significato e gli indirizzi concreti e le riforme necessarie. La medicina del territorio si basa sulla integrazione socio sanitaria, prevista dalla legge 833/78 e riproposta dal Decreto legislativo 229/99. Ma per fare questo, come deciso da una legge di riforma 20 anni fa, la 328/2000 bisogna costruire il pilastro delle Politiche Sociali con il Fondo Sociale, il Piano sociale Nazionale ed i Livelli essenziali di Servizi e prestazioni.

Il pilastro delle politiche sociali

Credo che oggi ci sia un bisogno acuto di promuovere una lettura condivisa dei bisogni sociali del nostro paese a partire da una discussione che nei territori attivi la comunità competente. Abbiamo bisogno di comprendere e condividere i bisogni nuovi dei nostri bambini, dei nostri adolescenti per favorire la loro crescita, socializzazione, formazione e fornire gli interventi adeguati; abbiamo bisogno di aggiornare una lettura condivisa di cosa significhi oggi invecchiamento, di come promuovere l’invecchiamento attivo, di come prevenire, rallentare e prendere in carico la non autosufficienza; aggiornare i bisogni delle famiglie nell’esercizio della normale e quotidiana funzione di cura ed educativa.

Aggiornare la lettura delle fragilità. Per arrivare a definire, attraverso un percorso partecipato e condiviso un Piano Sociale nazionale ed i Livelli essenziali delle prestazioni e dei diritti sociali che garantisca una vera presa in carico delle persone a partire dalla infanzia, dalla vecchiaia, dalle fragilità e sia di sostegno alla normalità della vita delle famiglie. Superando la quantità disordinata di bonus e di fondi specifici che sono inefficaci e lasciano soli i Comuni ed obbligano il Terzo Settore ad affrontare i problemi sociali secondo la logica di progetti al minor costo, precari nel tempo che non garantiscono una vera presa in carico delle persone. La rete integrata dei servizi sociali è l’interfaccia necessario per costruire la salute della comunità. Può e deve svolgere una funzione di connessione tra i diversi beni comuni. Si potrebbe passare dall’attuale Piano Sociale di Zona al Progetto di Comunità coordinato dai Comuni con il compito di promuovere una co-progettazione degli interventi relativi ai diversi beni comuni, coinvolgendo le differenti professionalità, i soggetti del volontariato e del Terzo settore, le fondazioni bancarie, le imprese.

Il Piano Sociale ed i Livelli essenziali sociali devono essere promossi e coordinati dai Ministeri del Lavoro e Politiche Sociali, Ministero della Salute, della Famiglia e della Pubblica Istruzione.

La democrazia della cura

La comunità competente e l’interconnessione che produce solidarietà deve riconoscere il valore strategico del prendersi cura della persona come ingrediente della cittadinanza.

Bisogna riconoscere il ruolo economico, sociale, democratico del Terzo settore.

Ma bisogna che il prendersi cura diventi una responsabilità esercitata da ciascun cittadino e che questa dimensione del tempo sia riconosciuta come un tempo pubblico, un dovere cui ciascuno si senta chiamato per dare il suo contributo alla comunità.

Sono convinta che il Servizio Civile per i giovani sia una straordinaria scuola ed un modo concreto per riconoscere sul piano simbolico il ruolo pubblico del prendersi cura, sarebbe importante diventasse davvero universale ed anche obbligatorio. Si potrebbe pensare anche ad un servizio civile per gli anziani , per valorizzare le loro competenze, promuovere la loro attività e costruire la solidarietà tra le generazioni.

La Democrazia deliberativa

La democrazia deliberativa è quella che promuove in modo permanente un’Agorà per coinvolgere i cittadini nelle più importanti scelte della comunità. Promossa dall’Ente Locale, dal Comune potrebbe essere una pratica politica di partecipazione attiva dei cittadini alle scelte fondamentali del proprio territorio. Essere coinvolti come cittadini- italiani e nuovi italiani- nelle scelte che le istituzioni locali deliberano in merito alla comunità ed alla vita delle persone, essere coinvolti nella deliberazione delle scelte con percorsi di discussione, condivisione, consapevoli che il proprio punto di vista espresso in modo pubblico conta, incide, nella formazione delle decisioni, costituisce un collante prezioso, fa scattare nell’animo delle persone un sentimento di appartenenza, condivisione e di responsabilità, sollecita ciascuno ad esprimere la propria competenza, promuove concretamente la comunità competente.


Livia Turco

da: Immagina.it