Il Blog di Livia Turco

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Dialoghi sull’aborto e sull’obiezione di coscienza. Pensando alla vita

18 Febbraio, 2017 (19:39) | Post | Da: Redazione

Livia Turco, ex ministro della Solidarietà Sociale e della Salute e soprattutto figura storica della militanza di sinistra e del movimento delle donne, insieme a Chiara Micali, giornalista con alle spalle anni di esperienza all’Unicef e poi all’Agenas, hanno appena esordito in libreria con un libro difficile che si intitola “Per non tornare al buio. Dialoghi sull’aborto”.

Un libro “tosto”, come si diceva una volta. Per il tema, l’aborto, e il metodo scelto per parlarne, a metà tra saggio e inchiesta giornalistica.

“Aborto, parola dura da pronunciare, tema difficile da trattare. Tornare a parlarne è scomodo”, scrive la stessa Livia Turco, consapevole che la scelta di dedicargli un libro potrebbe non essere capita dai più.

Ma, con la caparbietà e la capacità di analisi che la contraddistinguono, l’ex ministro ed ex parlamentare, ora presidente della Fondazione Nilde Iotti, decide di affrontare il tema da un punto di vista oggi raro, quello della comprensione dei fenomeni, prima che della loro codifica a priori.

E’ il caso, su tutti, della questione delle questioni, quella che ha ispirato la scelta di scrivere questo libro: l’obiezione di coscienza dei medici e degli altri operatori sanitari.

Non aspettatevi una tiritera contro i medici obiettori. In questo libro Livia Turco e Chiara Micali hanno scelto un altro approccio, quello dell’ascolto e dell’analisi e lo hanno fatto andando a parlare direttamente con 8 ginecologi obiettori messi a confronto nelle loro ragioni con 11 non obiettori.

Quelli che possiamo leggere nel libro sono dialoghi inediti, anche molto sinceri e che, forse per la prima volta almeno in una dimensione così pubblica come può essere quella di un libro, mettono a nudo ragioni e motivazioni di una scelta professionale e personale allo stesso tempo. Che, per qualcuno, è diventata anche una scelta di vita e che mai finora era stata scandagliata così a fondo con l’intento di “capirne” le ragioni e le motivazioni, senza frapporre un giudizio valoriale aprioristico.

Le interviste sono tutte da leggere, se non altro per il vissuto che ne emerge, sia sul piano dell’essere medico che dell’essere “persona” di questi professionisti.

Ma il libro di Livia Turco e Chiara Micali ha secondo me un obiettivo “altro”, dichiarato, ma che rischia di passare in secondo piano rispetto al tema centrale dell’aborto.

L’obiettivo è quello di provare a ragionare su un doppio fenomeno, probabilmente parallelo e non interconnesso ma dagli effetti comunque emblematici del Paese Italia di questi ultimi anni: il calo continuo e costante delle interruzioni volontarie di gravidanza e il calo altrettanto continuo e costante delle nascite.

In Italia, per la prima volta, gli aborti sono scesi sotto quota 90 mila. Se si pensa che nel 1982 erano quasi 235 mila (fu l’anno con il maggior numero di Ivg dall’entrata in vigore della legge 194 del 1978), il calo è impressionante.

Ma altrettanto impressionante è il calo costante delle nascite, ormai stabilmente sotto le 500 mila annue (nel 2015 si è toccato il record negativo di poco più di 485mila nuovi nati e le proiezioni 2016 confermano un ulteriore calo).

“L’esperienza materna è stata confinata in un cono d’ombra - riflette Livia Turco -  perché costa molta fatica per le donne, perché le parole a essa dedicate sono prevalentemente «costo»: per le aziende, per le famiglie, per il welfare. Ma il cono d’ombra ha ragioni più profonde. Attiene al piano simbolico e alla narrazione culturale”.

“La mia generazione, quella che ha vissuto la maternità senza accettare rinunce sul piano professionale e della libertà individuale, che ha vissuto il figlio come gioia intima e profonda, ma non sempre si è data e ha avuto il tempo per goderne la vicinanza – scrive ancora l’ex ministro - non ha percepito il problema di scrivere una nuova narrazione della maternità, di rappresentarla sul piano simbolico, di raccontarla con parole nuove, le parole della nostra esperienza”.

“Stiamo diventando una società sterile – scrive ancora Livia Turco - anche perché le relazioni umane si impoveriscono, perdono forza e calore”.

“L’etica della cura, che si sprigiona in modo particolare nell’esperienza della maternità, ma che appartiene al materno che vive in ciascuna donna, può immettere nella società e nella relazione con gli altri energia, fiducia, calore umano, ottimismo”.

“È il rovesciamento della mistica della maternità è l’idea che la relazione e la cura degli altri, dei bambini, dei vecchi, non sono responsabilità e destino privato e che non c’è specificità femminile nel costruire gli asili nido, nel promuovere i congedi parentali, nel prevedere assegni per i figli”, riflette l’autrice che pone a questo punto una questione “politica”: “Siamo di fronte a scelte fondamentali di politica economica e sociale, che possono essere arricchite con nuove iniziative”.

Ed ecco la proposta: “Il governo potrebbe istituire, presso la Presidenza del Consiglio, un Tavolo permanente sulle politiche di sostegno alla maternità e paternità che coinvolga tutti i ministeri, tutti gli attori economici e sociali, le Regioni e gli Enti locali per promuovere e coordinare le politiche di condivisione tra lavoro e cura delle persone; le politiche di sostegno alla maternità e paternità, per la cura dei figli”.

Ma questo salto tematico dal tema aborto al tema maternità si trasforma, nel libro di Turco e Micali, in un filo narrativo unico, come traspare benissimo da queste parole che aprono la lettera aperta “alle ragazze e ai ragazzi” di oggi che introduce il volume:

“Voglio parlarvi di un tema duro, difficile persino da dire, carico di sofferenza e di implicazioni morali: l’aborto.

Voglio parlarvi di questo tema difficile per condividere con voi l’impegno e la speranza di una società libera dall’aborto, per costruire con voi una società materna, che sia accogliente del figlio che nasce, della maternità e della paternità.

Mi addolora pensare che tante volte voi giovani dovete rinunciare al desiderio di un figlio perché le condizioni economiche e sociali non lo consentono.

Mi addolora perché ho vissuto la bellezza della maternità, e nel mio impegno politico e istituzionale ho promosso leggi e provvedimenti a sostegno della maternità e paternità e per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.

Se avere un figlio diventa un lusso siamo una società povera, sterile, disumana.

Per questo voglio parlarvi dell’aborto. Per dirvi che esso è un dramma, anche quando è frutto di una libera scelta. Un dramma che bisogna prevenire, che bisogna in ogni modo scongiurare di vivere, sia da giovani che da adulte. Aborto è la soppressione di una potenzialità di vita che diventerebbe figlio, se fosse accolta dal grembo materno. Le donne possono raccontarvi quanto sia duro vivere questa triste necessità, quale scacco del pensiero, quale sofferenza, quale senso di sconfitta e di perdita.

Voglio parlarvi dell’aborto perché mi consente di raccontarvi una storia bella e positiva di questo nostro paese che ci testimonia concretamente che l’aborto si può sconfiggere, che le donne possono scegliere liberamente la maternità e crescere con gioia i propri figli”.

“Per non tornare al buio” è infatti un lungo messaggio a più voci, delle autrici e dei professionisti intervistati che insieme hanno composto un’opera corale che è un vero e proprio “messaggio” per le nuove generazioni che non hanno mai vissuto, neanche da lontano quel periodo terribile e insieme vitalissimo per la società e la politica, che furono gli anni’70.

Cesare Fassari

da: Quotidiano Sanità 

Livia Turco

Per non tornare al buio

Dialoghi sull’aborto

A cura di Chiara Micali


Ediesse, 221 pagine, 14 euro

L’inno alla vita della combattente abortista

10 Febbraio, 2017 (10:15) | Interviste | Da: Redazione

Esce in questi giorni Per non tornare al buio. Dialoghi sull’aborto di Livia Turco, parlamentare PD di lunga carriera e per anni Ministro delle Politiche Sociali e della Sanità. Finito di leggere il suo scritto, abbiamo voluto incontrarla per fare quattro chiacchiere con lei su alcuni temi che hanno destato il nostro interesse.

Domanda: Livia Turco perché ha scritto questo libro?

Risposta: Per tre ragioni. La prima, l’esigenza di passare il testimone di una battaglia intrapresa anni fa alle nuove generazioni. La seconda, la preoccupazione che si rischi di tornare al buio. Visto che i ginecologi che hanno combattuto per la 194 stanno quasi tutti andando in pensione, mentre aumentano, tra i nuovi, quelli obiettori. Infine, la necessità di far capire ai giovani che non è colpa loro se non fanno i figli ma di una società che non è accogliente della maternità.

D: Non è un po’ strano che Lei torni a parlare di aborto quando, in realtà, in Italia come nel resto del mondo, si registrano sempre meno casi?

R: Esattamente il contrario. È importante proprio per far capire come la battaglia per la legalizzazione dell’aborto è servita a diffondere una cultura della contraccezione, dell’importanza dei consultori familiari, del dialogo con i ginecologi che ha allentato la necessità, per le donne, di ricorrevi. Unitamente al fatto che la legge, permettendo loro di non doversi più nascondere e uscire dallo stigma sociale, le ha indotte a riflettere in maniera più matura e autonoma sul senso della maternità.

D: Lei che è una grintosa di sinistra, cattolica e paladina della 194, come etichetterebbe oggi, politicamente, un soggetto come l’americano Scott Arbeiter, fervente cattolico e anti-abortista convinto che però è pro-immigrati?

R: In verità, con gli occhi dell’italiana mi è difficile dargli una collocazione politica. A primo impatto, mi verrebbe da dire un conservatore sui generis. Certamente, non un uomo di destra. Proprio perché chi, come lui, difende il diritto alla vita a 360°, dalla formazione dell’embrione alla protezione del rifugiato che scappa dalla guerra, in un altro paese, per salvarsi, è qualcuno di veramente e profondamente coerente con l’essenza più pura del principio pro-life.

D: Per finire, c’è un tema che il mio giornale ha più volte affrontato, quello della sessualità dei maschietti. Non è che la battaglia per le donne l’ha messa un po’ da parte?

R: In parte non è vero, in parte sì. Non è vero nella misura in cui io, personalmente, nel libro mi rivolgo a ragazzi e ragazze. Perché, per me, la questione dell’aborto non è solo un fatto femminile, ma di entrambi i sessi. Anche il maschio va educato alla contraccezione, alla responsabilità genitoriale, alla prevenzione dei comportamenti sessuali a rischio. Per contribuire, così, a un ulteriore calo del ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza. E anche, come Lei sottolinea, alla riduzione delle conseguenze legate ai tabù che vivono: il ricorso alla droga e alla violenza sulle compagne per sentirsi forti. È pur vero, però, che in generale delle difficoltà dei maschi se ne parla meno, che la questione della salute sessuale maschile non è sotto i riflettori come quella femminile.


D: Se Lei fosse Ministro della salute oggi, cosa farebbe per gli uomini?

R: Punterei a tre soluzioni. Innanzitutto, partirei dal dialogo in famiglia. In particolare, dal potenziamento della relazione madre-figlio maschio per scardinare gli imbarazzi e fare in modo che lui si senta libero di parlare di un problema. In secondo luogo, istituire corsi di educazione sessuale e consultori maschili obbligatori nelle scuole. Infine, l’obbligo, da parte delle aziende, di riservare una quota fissa di congedi parentali per i padri. Così come avviene già in altre realtà europee avanzate.

Annalisa Lista  

Intervista pubblicata su West 

Fermiamo il degrado della politica

3 Febbraio, 2017 (18:00) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

Fermiamo il degrado della politica. Facciamolo noi del PD prima di essere anche noi travolti dall’infamia più dura che è il disprezzo e la lontananza del nostro popolo.

Guai se il PD diventasse complice di questo degrado! Quando un uomo come Giorgio Napolitano che ha dedicato la sua vita al bene comune ed alla nostra nazione viene travolto dagli insulti di uomini e donne come Salvini e Meloni perché svolge un argomentazione pacata circa la necessità che il Governo prosegua la legislatura la nostra preoccupazione di democratici deve essere molto alta.

Non solo perché viene colpita una grande persona e le istituzioni che rappresenta ma per il linguaggio che trasuda disprezzo e  per le affermazioni  che non si preoccupano di entrare nel merito e di argomentare una tesi differente ma sono un miscuglio di volgarità che esprimono il totale disinteresse verso il paese. Per fermare il degrado della politica bisogna sprigionare la forza della democrazia, far vivere nella società la rivoluzione democratica. Ed allora bisogna invertire nettamente la rotta che governa il nostro  partito.

Dare forza alla democrazia significa prima di tutto amare il proprio  Paese e le sue persone. Che  senso ha dirsi democratici e di sinistra se non si decide di usare tutto il tempo della legislatura per fare quelle riforme che non possono più attendere come la legge contro la povertà; la riforma della cittadinanza che consenta ai giovani figli di immigrati  che sono  italiani di fatto di esserlo  anche  per legge,  e non vivano più  l’angoscia ,  al compimento dei 18 anni anche se sono cresciuti in Italia ma   non hanno  un lavoro o non frequentano  l’università di  essere espulso dal nostro paese; la legge quadro che riconosce l’identità ed i diritti dei minori non accompagnati che sono numerosi nelle  nostre città. Che vergogna sarebbe se il PD concludesse questa legislatura senza  aver approvato queste leggi!

Vogliamo continuare ad essere l’unico Paese in Europa senza un reddito di inserimento contro la povertà? Facciamola ed applichiamola questa benedetta legge! La sperimentammo già con i Governi dell’Ulivo nel 1998! Costruiamo  con le imprese un Fondo Nazionale e Fondi regionali per finanziare  il Reddito di Inclusione Sociale e renderla una misura decente. Alle aziende non dobbiamo solo dare le  detrazioni fiscali per il welfare aziendale.

Chiediamo anche a   loro di dare un contributo per combattere la povertà. Quando il PD attorno al tema della lotta alla povertà dedicherà un po’ di passione, un po’ di discussione, un po’ di tempo per girare tra le varie Caritas  sarà un partito autorevole. E’ questa la vera sfida, di civiltà e di sinistra,  contro la demagogia dei Cinque Stelle. Non la campagna sui costi della politica che sta creando la singolare  situazione per cui la politica sta diventando un affare per ricchi. Quanti operai, quanti lavoratori eleggeremo in Parlamento? Domanda antiquata?

Non credo se come ci ha insegnato Norberto Bobbio la forza della democrazia sta nel  promuovere l’eguaglianza e l’inclusione anche nella sfera politica. Perché  se si è poveri, se si è affannati ad arrivare alla fine del mese non si ha certamente voglia di occuparsi di politica. Se non c’è una politica popolare che si preoccupa di valorizzare il merito e di superare le diseguaglianze nella politica,  in Parlamento e nelle  istituzioni avremo solo i ricchi e benestanti, non i lavoratori ed i giovani laureati  meritevoli.Se il PD non si impegnerà a fondo per ottenere queste riforme farò fatica a sentirmi a casa mia. Per le tante battaglie che ho fatto nel corso degli anni e per il senso che ha per me la parola sinistra.

Sprigionare la forza della democrazia significa fare ciò’ che fino ad ora non è stato fatto: dopo una sconfitta elettorale così pesante dove anche  una parte del tuo elettorato vota contro le tue scelte e dove l’80% dei giovani ti dice No bisogna attivare in modo collettivo  quella pratica impegnativa eppure così preziosa che è “l’ascolto” , e poi confrontarsi su quanto le persone ci hanno detto per farne  tesoro nelle scelte politiche che si compiono.

Nell’era dei social resta comunque insostituibile la relazione umana, il guardarsi in faccia, lo scambio di pensiero e di umanità. Tanto più nel rapporto con i giovani. Perché abbiamo perso queste doti, questa pratica preziosa,  proprio quando viviamo in tempo in cui, come ci hanno spiegato e spiegano tanti studiosi, nella società liquida ed atomizzata è con la forza delle relazioni umane, della comunità che si riscopre il senso della politica ed il gusto di costruire insieme un progetto, un idea di società, uno sguardo sul futuro. Questo per me è il congresso.

Non uno scontro tra ceti politici, non una conta, non l’annuncio solitario di laedership ma la costruzione attraverso un confronto schietto ed anche aspro di un progetto per il paese e per l’ Europa. Le novità sconvolgenti che attraversano il mondo, il deperimento del progetto europeo, la necessità di ridefinire i sistemi di welfare e le politiche di sviluppo, l’urgenza di discutere quale è la convivenza possibile tra italiani, europei  ed immigrati  sono temi impegnativi che richiedono studio, pensiero condiviso, elaborazione collettiva, scelte politiche. Insomma, un partito.

Altrimenti la sinistra diventa irrilevante. Nella vittoria dei populisti non c’è solo l’egoismo, il rancore, la paura di perdere diritti ed opportunità, la rivolta contro l’arretramento sociale c’è anche il bisogno del “ guscio”, di trovare il calore di una comunità, di sentire protetta la propria identità il proprio territorio. C’è la centralità della relazione umana.

Come spiegare che il calore del guscio lo si può vivere anche in una società aperta e mobile che anzi quel calore  sarebbe arricchito da quello della creatività e della sfida, della curiosità  che rende più bella la vita e più acuto il pensiero? Conta la battaglia culturale ma conta moltissimo la politica, per quello che dice  per quel che fa e  per la comunità che crea. Conta se sei partito e il partito che sei, se scontro di potere tra correnti e rissa oppure comunità di pensiero, di passione, di concretezza, di battaglia quotidiana per il bene comune.

Vogliamo, possiamo discuterne? O sono soltanto le ubbie di una romantica e di una nostalgica che non capisce la politica ai tempi moderni? Ho bisogno di saperlo e, come me, in tanti hanno bisogno di saperlo.

Livia Turco  (da L’Unità)

PS. Massimo sostegno all’Unità.  Impegniamoci tutti e tutte per salvare questo piccolo tesoro.

Migranti. Approvare ddl cittadinanza e minori soli

16 Gennaio, 2017 (12:27) | Dichiarazioni | Da: Redazione

“Pd e Governo non chiudano legislatura senza queste leggi”

“La legge quadro sui minori migranti non accompagnati e quella sulla cittadinanza ai nati sul suolo italiano, due provvedimenti fermi al Senato, vanno calendarizzati e approvati prima che si chiuda la legislatura o il Governo e il Pd avranno mancato in quelli che sono tra i valori guida: l’accoglienza e del rispetto della dignità umana”.

Lo dice all’ANSA Livia Turco in occasione della giornata mondiale del rifugiato, ricordando che i temi della sicurezza devono sempre andare di pari passo con quelli della solidarietà. “Quello dei minori migranti è un grande tema e non solo un’emergenza. E’ il futuro della nostra convivenza”, spiega l’ex ministro della solidarietà sociale che, insieme a Giorgio Napolitano, firmò la prima legge quadro sull’immigrazione.

“Se il nostro Paese riesce ad accogliere ed integrare i minori migranti - aggiunge - lavora a costruire una società e un futuro sereno e senza conflitti”. “Per far ciò - sottolinea Turco - è necessario approvare la legge sui minori non accompagnati che precisa diritti e modalità di accoglienza, così come è importante calendarizzare il provvedimento che prevede la cittadinanza per i figli degli immigrati, nati sul suolo italiano, fermo da un anno al Senato”. “Sarebbe veramente triste che la legislatura si chiudesse senza l’approvazione di queste leggi - conclude Livia Turco - perché verrebbero vanificati i valori portanti del Pd”.(ANSA).

6 Gennaio, 2017 (12:36) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

Un’idea di società

C’è una grande assente nel dibattito  pubblico sull’immigrazione, una assenza che non consente di andare alla radice dei problemi che connotano  l’immigrazione in questo nostro tempo. E’  il tema della convivenza tra europei, italiani  ed immigrati. Come stiamo insieme noi e loro? Quale idea di società ? Come tradurre il motto costitutivo   dell’Unione Europea dell’unità nella diversità? Porre questo tema significa incedere in una divagazione intellettualistica? Riproporre in modo  stucchevole il  dibattito sulla crisi o meno del multiculturalismo?

Niente affatto. Si tratta di un  tema molto concreto ed urgente che va affrontato per rispondere alle emergenze che stiamo vivendo. Il Governo ed i Comuni italiani stanno affrontando l’emergenza rifugiati con quella che viene definito  “modello diffuso di  accoglienza”. Si tratta di un idea  ed una pratica molto importante che va molto sostenuta , valorizzata e discussa perché potenzialmente contiene un progetto di convivenza.

Il modello diffuso accoglie in una comunità pochi nuovi  venuti , li inserisce nei luoghi della vita quotidiana, costruisce con loro una relazione umana di conoscenza , di coinvolgimento  nella cultura e regole del nostro Paese , di valorizzazione dei loro talenti in lavori utili alla comunità. Nel modello diffuso di accoglienza c’è l’ingrediente fondamentale della convivenza: conoscersi e riconoscersi, lavorare insieme, scoprire di avere obiettivi comuni. Contiene l’idea di una società della mescolanza sostenibile. Il problema è che solo 2000 Comuni hanno accettato di misurarsi con tale progetto.

Mancano all’appello seimila comuni. Come convincerli? Contano certamente gli incentivi economici  ma conta soprattutto dimostrare che con quei nuovi  venuti gli italiani non perdono la loro identità culturale, la comunità non viene deturpata, non  si corre nessuna minaccia per la propria vita. Anzi, quelle persone nuove e diverse possono arricchire la vita della comunità ospitante. Come raccontano molte cronache di giornali locali che riferiscono dei successi ottenuti da tanti comuni anche piccoli.

C’è un’Italia della convivenza diffusa e sedimentata da tempo  nei territori, nelle periferie delle città, nelle scuole, nei luoghi di lavoro . Essa è rimasta nascosta ed inascoltata. Bisogna raccontarla, farla conoscere, discuterla per capire cosa imparare da questi successi per definire una via italiana alla convivenza, un idea di società plurale. Solo con la pedagogia dell’esperienza, solo con la forza dell’esempio, fatto conoscere, discusso in modo collettivo si potranno convincere i seimila comuni e mettere così le basi per un Italia più sicura e serena. Non si può rimanere fermi al ritornello “ sicurezza e solidarietà” che ripetiamo da vent’anni.

L’Italia  è già  interetnica e multiculturale. Bisogna tradurre questo dato di fatto in consapevolezza culturale, civica, politica, in un idea nuova di società. La scelta che dobbiamo compiere attraverso un dibattito pubblico è molto netta: ci accontentiamo di stare gli uni accanto agli altri, tribù ’ separate che si ignorano, il cui problema è solo quello di non pestarsi i piedi?

Oppure vogliamo fare la fatica del conoscersi e riconoscersi, definire un orizzonte comune di valori, imparare a risolvere insieme i problemi , a condividere i momenti di difficoltà e quelli di festa? Vogliamo coinvolgere in questo processo gli immigrati stessi, a partire  da quelli che da molti anni sono qui con noi, e sarebbero ben contenti di non essere considerati solo forza lavoro ma cittadini che agiscono nella polis dotati di diritti e doveri verso la comunità? Vogliamo finalmente guardare in faccia “ gli italiani senza cittadinanza” i figli dei migranti nati in Italia che non accetteranno l’integrazione subalterna che è stata riservata ai loro genitori e da loro accettata. Non vorranno sentirsi cittadini di serie B.?

Vogliamo approvare prima dello scadere della legislatura quella benedetta riforma della cittadinanza  per cui questi giovani siano non solo italiani di fatto ama anche per legge? Vogliamo proporre l’educazione interculturale per tutti nelle scuole quale asse educativo fondamentale? Vogliamo imparare a praticare  la mescolanza nei luoghi della  vita quotidiana?

Costruire la società della convivenza in modo consapevole ed attraverso un dibattito condiviso valorizza le scelte importanti compiute dai Governi  Letta, Renzi  ed ora confermate da Gentiloni,  della stipula di accordi bilaterali con i paesi da cui provengono i flussi migratori perché l’Italia potrà esibire la sua capacità di integrazione, valorizza le politiche di cooperazione con i paesi del Mediterraneo e con l’Africa.

Non si costruisce l’Italia della convivenza con il reato di immigrazione clandestina, con i Cie  con le norme repressive ed inefficaci sulle espulsioni, con le norme sull’ingresso di lavoro che hanno fomentato la  clandestinità contenute nella legislazione vigente, le norme della Bossi Fini e della Berlusconi Maroni. Per  costruire una vera svolta nel governo dell’immigrazione, per costruire la società della convivenza  è necessario costruire una nuova “ legge quadro sull’immigrazione” ed una legge organica sul diritto d’asilo.

E’ una priorità non rinviabile. C’è un precedente da cui si può imparare qualcosa ed è la legge quadro dei governi dell’Ulivo  che nel 1998 con coraggio e spirito innovatore aprì una nuova pagina. Durò poco perché prevalse lo spirito ideologico e la cultura repressiva del centrodestra che ci ha  lasciato in eredità tanti problemi non risolti. Potrebbe essere utile da parte del Governo promuovere una Conferenza nazionale sull’immigrazione che veda la partecipazione dei tanti attori economici, sociali , culturali del volontariato, cittadini migranti.

Potrebbe essere utile che Anci, Regioni, Governo promuovessero ogni anno un Forum sull’Italia della Convivenza , un luogo in cui si raccolgono si illustrano e si discutono le buone pratiche della convivenza  realizzate nei territori del nostro paese ed anche in Europa. Per  praticare la pedagogia dell’esperienza.

Livia Turco

Bene Minniti in Tunisia, unica strada con rimpatri assistiti

4 Gennaio, 2017 (13:50) | Dichiarazioni | Da: Redazione

“Il ministro dell’Interno Minniti è in Tunisia per siglare accordi bilaterali sull’immigrazione, l’unica politica che serve in materia. Peccato che, da quando iniziò Napolitano, su questo fronte si siano persi 20 anni”. 

Lo dichiara Livia Turco, firmataria con Giorgio Napolitano della prima legge quadro sull’immigrazione. “E’ dimostrato ormai - aggiunge l’ex ministro - che se i Paesi di provenienza non collaborano i flussi migratori non possono essere gestiti. Se gli arrivi dall’Albania, ad esempio, si fermarono, fu solo per l’accordo bilaterale sottoscritto con quella nazione”. “Purtroppo, travolti dall’ideologia - dice ancora Livia Turco - abbiamo perso 20 anni. Fa bene Minniti, dunque, ora a rimettere al centro l’efficacia della politica”. “Così come è importante - prosegue - insistere sui rimpatri assistiti. Esistono i fondi europei, bisogna gestirli”.

“E’ inoltre indispensabile ricordare che l’immigrazione non si gestisce senza integrazione - aggiunge - e che molto si può fare con il programma sull’accoglienza diffusa e l’inserimento dei migranti nei lavori socialmente utili”. Infine, secondo l’ex ministro per la solidarietà sociale, è indispensabile approvare la legge sulla cittadinanza dei minori, già approvata alla Camera. “Si tratta di italiani di fatto cui dobbiamo un provvedimento che il Governo, nel suo insediamento, aveva promesso sarebbe stato realizzato entro i primi 100 giorni”. “E’ urgente calendarizzare, dunque, la legge al Senato”, conclude Livia Turco. (ANSA).