Il Blog di Livia Turco

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Casa, cultura e lavoro per l’integrazione

22 Ottobre, 2017 (09:59) | Documenti | Da: Redazione

Relazione di Livia Turco al Convegno Sidief,  Banca d’Italia , 18 ottobre 2017

Il tema di questo convegno è molto importante perché affronta una questione  cruciale per ogni persona, italiana o immigrata , e per la nostra comunità : l’accesso alla casa.

 E’ altrettanto meritevole di sottolineatura il fatto che il convegno e le ricerche preparatorie si siano soffermate su quegli immigrarti di cui non parla nessuno che sono i cinque milioni di persone regolarmente presenti sul nostro territorio, che lavorano, studiano, pagano le tasse, versano i contributi Inps, aiutano il nostro welfare. Quegli immigrati che come dicono tutti i dati, a partire dalle tasse versate e dai contributi pagati, dai lavori svolti,  considerando anche il  loro attaccamento e culturale e sentimentale con  nostro paese, sono una ricchezza e ci aiutano a vivere meglio.

La vostra ricerca ci dice che la casa è un fattore di grande precarietà per le persone immigrate a fronte di un loro desiderio e di una loro propensione ed impegno ad essere inseriti pienamente nella nostra  società rispettando i suoi valori e le sue regole.

AFFITTO TROPPO COSTOSO

SOVRAFFOLLAMENTO

PRECARIETA’ ALLOGGIO

QUALITA’ DELL’ALLOGGIO

CONCENTRAZIONE IN DETERMINATI QUARTIERI INDOTTI DA FATTORI ESTERNI E NON PER SCELTA

DISCRIMINAZIONI

MANCANZA DI UNA POLITICA PUBBLICA RELATIVA ALL’EDILIZIA SOCIALE SIA PER ITALIANI CHE PER IMMIGRATI.

LA STRETTA CHE E’ INTERVENUTA NELLA CONCESSIONE DEI MUTUI.

Va ricordato che per quanto riguarda gli alloggi  di edilizia residenziale pubblica messa a disposizione dai Comuni , mentre la partecipazione ai bandi da parte degli immigrati è pari al 50% degli italiani  la quota si riduce nel momento dell’assegnazione dell’alloggio .Gli alloggi assegnati agli immigrati sono in percentuale più bassa rispetto al numero di immigrati residenti in quel quartiere. Ciò è dovuto al fatto che il punteggio che sta alla base delle graduatorie tiene maggiormente conto dei profili delle famiglie italiane.

COSA PREVEDE LA NOSTRA LEGISLAZIONE

La legge 40/98- Turco Napolitano  al Capo terzo, articolo 40 prevede disposizioni in materia di alloggio ed assistenza sociale. Punta in particolare sulla costituzione dei Centri di Accoglienza per organizzare la prima accoglienza; prevede  l’accesso alla edilizia popolare e sociale prevista dalle Regioni e dai Comuni. Prevedeva inoltre la concessione di contributi da parte delle Regioni  ai Comuni o ad enti morali  privati e pubblici che intendevano ristrutturare  alloggi da destinare all’affitto  per  persone immigrate regolarmente soggiornanti. Tale articolo fu poi abrogato dalla Bossi Fini. All’articolo 43 comma 2 lettera c  la legge 40/98  (diventata poi Dgl 286) considera discriminatorio il comportamento di chi illegittimamente impone condizioni più svantaggiate o si rifiuta di fornire accesso all’alloggio allo straniero regolarmente soggiornante ,in ragione della sua condizione di straniero o di appartenente ad una determinata razza, religione , etnia, nazionalità. Contro questi tipi di atti di discriminazione è prevista una specifica tutela giurisdizionale: l’azione civile contro la discriminazione ex articolo 44 del Testo Unico sull’ immigrazione (Dgl286/98).

La legge 189/2002 , Bossi-Fini subordina l’accesso alle misure di integrazione sociale al possesso del permesso di soggiorno di durata biennale con regolare contratto di lavoro. E’ questo il requisito per poter accedere agli alloggi di edilizia pubblica. Sono escluse le persone iscritte all’ufficio di collocamento. La legge prevede altresì che il datore di lavoro che stipula un contratto di lavoro debba farsi carico di trovare un alloggio al  lavoratore immigrato il cui costo verrà decurtato mensilmente dallo stipendio del lavoratore medesimo.

Il recente  PIANO PER L’INTEGRAZIONE E LA CONVIVENZA  DEI RIFUGIATI E RICHIEDENTI ASILO  proposto dal Ministro Minniti  contiene anche qualche disposizione sulla casa.

Le cito “ Includere i rifugiati e richiedenti asilo verificando anche la possibilità’ di includerli negli interventi di edilizia popolare e di sostegno alla locazione. Incentivare fin dalla fase dell’accoglienza l’avvio di percorsi volti a favorire iniziative di caobitazione,  affitti condivisi, condomini solidali come pure la sperimentazione di pratiche di buon vicinato. Prevedere programmi di intervento sociale per rispondere alla complessità relativa agli insediamenti informali nei centri urbani stabilendo procedure di accompagnamento alla fuoriuscita anche attraverso la ricognizione di edifici pubblici in disuso da destinare all’abitare sociale”.

Si tratta di un importante passo in avanti.

Ma, il Piano nazionale per le politiche di integrazione dovrebbe essere prassi normale e riguardare tutte le persone immigrate, tanto più quelle stabili, con lavoro, per studio, con famiglia. Come avviene in molti paese europei.

L’articolo 3 della legge 40/98 lo prevede in modo chiaro: Governo e Parlamento con i Comuni e le parti sociali devono elaborare  un programma triennale sulle politiche migratorie che valuti il fabbisogno di immigrati da parte della nostra economia , la sostenibilità sociale dell’immigrazione, le politiche di integrazione necessarie per dare coesione, serenità e sicurezza al nostro Paese.

Questo articolo, tutt’ora in vigore  è stato applicato solo nel 1998 .con un relativo Fondo nazionale per le politiche di integrazione . Poi l’articolo 3 pur in vigore è caduto nel dimenticatoio. Il fondo Nazionale cancellato. A  conferma che le politiche di integrazione non sono mai state considerate dai governi che si sono succeduti una componente importante del governo dell’immigrazione. Che ha sempre avuto una impostazione emergenziale, tanto più grave ed incomprensibile a fronte del carattere strutturale della presenza degli immigrati. Affidando le politiche di integrazione ai Comuni, alle associazioni, alla società civile ed al mondo economico.

PROPOSTA: COSTRUIRE  UN  WELFARE DELLA  SICUREZZA e DELLA CONVIVENZA  che coinvolga italiani ed immigrati.

Un welfare  che vada incontro alle persone attivando percorsi differenziati per intercettare e coinvolgere i gruppi più vulnerali che solitamente sono i più bisognosi ma anche quelli che restano esclusi dalle politiche pubbliche di sicurezza sociale. Praticare ” l’universalismo selettivo “ che non è un ossimoro ma una pratica reale dell’universalismo. Attivare percorsi  differenziati tenendo conto delle peculiarità dei bisogni delle persone.  Vanno evitate” politiche specifiche”  verso gli immigrati perché  esse alimentano la contrapposizione tra soggetti deboli ed immigrati. Bisogna attivare politiche mirate per superare le discriminazioni e favorire l’integrazione di tutti i gruppi sociali, compresi gli immigrati.

La nostra legislazione prevede parità di diritti tra italiani ed immigrati per quanto attiene l’educazione, l’accesso alle cure, l’accesso ai servizi sociali. Non  dà adeguata attenzione  al problema della casa.

Anzi vi è  il paradosso che per accedere alla casa devi essere in condizioni di regolarità quando questa regolarità è resa difficile proprio dalla carenza delle politiche pubbliche.

Bisogna puntare  come voi indicate  su nuove politiche sociali per la casa: favorire gli affitti; favorire l’accesso ai mutui; ridurre il costo degli affitti; ridurre la burocrazia per contrarre un mutuo.

L’esperienza delle politiche di integrazione e convivenza realizzate nel nostro paese ed in Europa suggeriscono  che bisogna evitare la concentrazione della popolazione migrante in determinati quartieri o caseggiati; bisogna promuovere l’accoglienza e la residenza diffusa; questo favorisce la mescolanza tra italiani ed immigrati, favorisce il dialogo e l’interazione nella vita quotidiana.

Bisogna puntare su un modello di CONVIVENZA  MITE   basato sul superamento delle discriminazioni, sull’inclusione sociale e culturale attiva, che punti al   superamento delle distanze tra italiani ed immigrati,  favorisca la fatica del conoscersi e riconoscersi, la condivisone di azioni quotidiane nel proprio quartiere o contesto di vita, la ricerca di obiettivi comuni e condivisi per quanto riguarda la vita nella propria comunità , dal quartiere alla nazione,  solleciti a costruire alleanze per vivere meglio nella propria comunità. Bisogna far sentire la persona immigrata, parte della comunità, soggetto della Polis con diritti e doveri.

Per questo la riforma della nostra legge sulla cittadinanza, la 91/92 , tutta  incentrata sullo ius sanguinis e lo ius connubi, grazie alla  quale la cittadinanza si acquisisce  solo per discendenza  o attraverso il matrimonio , va temperata con l’introduzione dello ius soli e lo ius culturae  per i giovani.

Per questo vanno promosse tutte le forme possibili di partecipazione attiva in particolare dei giovani, dallo sport, al servizio civile, alla promozione culturale e vanno estesi, con particolare attenzione alle donne , i corsi di lingua e cultura italiana.

L’accesso alla casa  può favorire,  anzi e’ determinante per favorire questa pacifica  convivenza.

Cittadinanza e convivenza

17 Ottobre, 2017 (14:43) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

C’è  un aspetto  poco  sottolineato nel dibattito  pubblico sulla legge di riforma della cittadinanza per i minori figli di immigrati. Il fatto che tale riforma non solo favorisce l’integrazione dei giovani “ Italiani di fatto “ ma propone una concezione della cittadinanza maggiormente in sintonia con il nostro tempo. Perché  mitiga l’impianto  rigorosamente ed esclusivamente ius sanguinis  del nostro ordinamento.

La legge 91/92che disciplina attualmente la materia della cittadinanza  si basa infatti in modo esclusivo sul legame di sangue . Affonda le sue radici nella famiglia. La cittadinanza si acquisisce  per discendenza, come eredità, o per matrimonio come una dote.

Lo ius sanguinis e lo ius connubii  son gli assi portanti della nostra legislazione in vigore. La legge 91/92 fu elaborata avendo in mente l’Italia dell’emigrazione, fu concepita come uno strumento , in continuità con la legislazione precedente, per mantenere  un  legame forte tra il nostro paese  ed i nostri cittadini emigrati all’estero, legame che attraversa le generazioni. L’articolo 17 della legge 91 aveva  aperto una speciale  finestra  per consentire di  riacquistare la cittadinanza  agli stranieri di origine italiana residenti all’estero che l ‘avevano  persa  per qualunque motivo.

La finestra rimase  aperta  fino al 1997 e consentì  a 164.00 persone di diventare italiane. Recentemente con la legge 124/2006 tale  finestra è stata riaperta senza limiti di tempo. Per la prima volta il legislatore ha introdotto i requisiti della conoscenza linguistica e dei persistenti legami culturali con l’Italia  ma  è sufficiente   avere    almeno un nonno di nazionalità italiana per diventare italiano. Un antenato basta a diventare cittadino con tutti i diritti collegati a questo status che anche per quanto riguarda gli italiani che sono all’estero non sono pochi come il diritto di voto.

Come è noto la legge in vigore stabilisce a dieci anni di permanenza legale continuativa nel nostro paese, con determinati requisiti che attestino la piena integrazione ,  la condizione  per gli immigrati di rivolgere domanda di cittadinanza, il più elevato a livello europeo, mentre per i minori, unico paese in Europa, la legge stabilisce che essi possano rivolgere domanda per acquistare  la cittadinanza se sono vissuti “ininterrottamente” per 18 anni sul territorio italiano.

Dunque un minore che deve rientrare nel suo paese per alcuni anni per ragioni indipendenti dalla sua volontà perde il diritto. Per gli stranieri di origine italiana sono richiesti solo tre anni che diventano due se il soggiorno in Italia è avvenuto prima della maggiore età. L’altra via che ben si inserisce in questa concezione familista della cittadinanza è l’acquisizione per matrimonio. Il requisito richiesto sono 6 mesi di convivenza matrimoniale se la coppia risiede in Italia e tre anni se risiede all’estero.

Tutti gli altri paesi europei richiedono tempi più lunghi di durata del legame per i coniugi residenti nel paese. Con la legge che  consente anche alle donne di trasmettere la cittadinanza italiana( legge 123\ 1983) è concesso anche agli uomini stranieri di fare domanda di naturalizzazione, iure connubii, in  qualità di mariti delle italiane.

La prima discussione sulla riforma della legge sulla cittadinanza si svolse in un seminario promosso nel febbraio del 1999 dal  Ministero della Solidarietà Sociale del Governo Amato. Fu una discussione che coinvolse personalità di culture e appartenenze  politiche diverse e che partiva già allora da quello che gli operatori sociali e gli educatori definivano “ il limbo dell’identità” che vivevano i ragazzi  figli di immigrati cresciuti ed integrati nel nostro paese.

Fu sollecitata anche dalla scelta operata dal Governo e dal Parlamento  della Germania  che riformavano  la loro  legge sulla cittadinanza temperando il principio  dello ius soli.  Ne scaturì  una proposta di riforma complessiva della legge 91\92  che non fu portata in Consiglio dei Ministri e fu depositata dalla sottoscritta in Parlamento insieme con Luciano Violante nell’agosto del 2001 e costituisce la prima proposta di riforma della cittadinanza. Legge che non ebbe neanche la dignità di una discussione.

Bisogna attendere  la legislatura iniziata nel 2008 perché il tema sia  posto nell’agenda politica del Parlamento, anche grazie ad una forte mobilitazione sociale, con una discussione molto forte ed aspra che vide il centrodestra sulle barricate per  impedirne l’approvazione. Non propongo certamente di mettere in discussione il nostro speciale legame con gli italiani che vivono in tante parti del mondo e che da emigrati hanno contribuito a far crescere il nostro paese.

Quello che mi sembra necessario  è porre  il nostro paese in sintonia con i cambiamenti sociali e culturali   che sono intervenuti e dunque  mitigare il legame di sangue e familiare quali esclusivi pilastri della cittadinanza  con una concezione della medesima  che valorizza la permanenza nel territorio della nazione ospitante,   la condivisione  dei  valori e delle regole del nostro paese , il legame di amicizia ed  il perseguimento concreto e condiviso  del bene comune.

La cittadinanza come “amicizia civica e comunità di destini”. In cui conta molto il “ per che cosa viviamo insieme”  “come realizziamo insieme il bene comune”. E’ esattamente questo  il valore aggiunto che apporta la  legge in discussione  sulla riforma della cittadinanza  quando  prevede  che i minori nati in  famiglie  lungoresidenti  e integrate,  gli adolescenti che  abbiano frequentato un ciclo di studi,  siano  considerati  italiani, su richiesta dei genitori e con successiva convalida della scelta al diciottesimo anno da parte del  singolo giovane.

Anziché accanirsi contro queste norme di buonsenso  conviene avere ben presente che lo sforzo grande che deve fare il nostro paese è quello di prevenire il conflitto delle seconde generazioni esploso in altri paesi europei. Come reazione alle condizioni di esclusione in cui sono vissuti  nonostante la promessa di uguaglianza che lo Stato e le istituzioni avevano loro fatto.

Bisogna, insieme alla legge, fare grandi e mirati interventi nella formazione, per creare opportunità  di reale apprendimento della Lingua italiana, della cultura; per  consentire e favorire l’accesso a  percorsi formativi capaci di inserire nel mercato del lavoro.

Ci devono  preoccupare gli abbandoni scolastici, la rinuncia a perseguire gli studi da parte di tanti giovani figli di immigrati. Inoltre, bisogna promuovere tra i giovani, nuovi italiani, un adeguato senso civico attraverso  la cittadinanza attiva come la partecipazione al servizio civile e ad altre forme di impegno sociale e culturale che veda i giovani e le ragazze, italiani e nuovi italiani, tra loro mescolati.

La mescolanza, l’interazione nei gesti della vita quotidiana, la condivisione di obiettivi comuni, il conoscersi e riconoscersi sono le strade che realizzano la convivenza e che garantiscono la sicurezza per tutti/e.

Livia Turco

Articolo pubblicato su Il Dubbio

Una sala convegni della Camera dedicata a Nilde Iotti

11 Ottobre, 2017 (16:15) | Dichiarazioni | Da: Redazione

Una grande e bella notizia la scelta dell’Ufficio di Presidenza della Camera su proposta della Presidente Laura Boldrini di dedicare la nuova sala Convegni di Palazzo Theodoli alla figura di Nilde Iotti.

 Con questo gesto la Presidenza della Camera ricorda il rigore, l’autorevolezza, la generosita di Nilde Iotti e la sua capacità di farsi interprete dei sentimenti del Paese e di essere donna di dialogo profondamente rispettosa di ciascuna persona e di ciascuna forza politica.

Con questa bella scelta la Presidente della Camera e tutti i gruppi parlamentari raccolgono l’eredità  della  eleganza della politica che Nilde Iotti ha saputo praticare in ogni momento della sua vita.

Grazie di cuore alla Presidente Laura Boldrini ed a tutti i componenti dell’Ufficio di Presidenza della Camera.

Livia Turco 

Attacchi a D’Alema ingenerosi

6 Ottobre, 2017 (10:16) | Dichiarazioni | Da: Redazione

“Mi sembra quantomeno improprio e ingeneroso definire leader divisivo Massimo D’Alema che porta il merito storico di aver portato da segretario degli ex Ds per la prima volta la Sinistra al governo e da presidente del Consiglio di un Governo dell’Ulivo ha sostenuto riforme sociali importanti”.

Lo dichiara Livia Turco ministra dei Governi dell’Ulivo che ricorda il sostegno dato da D’Alema a riforme come quella “che ha riqualificato la sanità pubblica, la riforma Bindi, e il primo fondo per il Dopo di Noi dedicato alle famiglie di ragazzi disabili gravi e tanti altri provvedimenti sociali così come e’ avvenuto in tutta la stagione dei governi dell’Ulivo”. “Stagione bella - aggiunge - che ha dato molto al nostro paese”.

“In un tempo nuovo e difficile come l’attuale - conclude Livia Turco - guardare a quella stagione non è nostalgia ma è utile”, per questo, “voglio esprimere profonda ed affettuosa solidarietà a Massimo D’Alema di fronte ai tanti insulti ed attacchi”. (ANSA).

Migranti. Il 3 ottobre raccontiamo storie accoglienza

2 Ottobre, 2017 (18:23) | Dichiarazioni | Da: Redazione

“Il 3 ottobre giornata dedicata alle vittime dell’immigrazione vogliamo raccontare la forza e l’ esempio del grande popolo dell’accoglienza e della convivenza”.

Così Livia Turco, presidente della Fondazione Nilde Iotti, spiega l’appuntamento di domani quando in occasione della Giornata in ricordo dei migranti morti nel Mediterraneo a Roma sarà presentato il libro ‘L’isola dei giusti’ di Daniele Belli. “Il libro - aggiunge l’ex ministro per la Solidarietà sociale - racconta la storia di sette abitanti di Lesbo che per tutta la loro vita hanno dato ospitalità ai migranti venuti dal mare”.

“L’isola greca di Lesbo è abitata da ottantamila persone, nei dodici mesi tra la primavera del 2015 e del 2016 ha visto arrivare via mare dalla Turchia seicentomila persone, un numero sette volte superiore alla popolazione. Queste persone sono state accolte dagli abitanti di Lesbo prima ancora che arrivassero le Istituzioni”, spiega Livia Turco.

“In questo nostro tempo - aggiunge - non ci sono solo le persone che hanno paura, non c’è solo ostilità verso gli immigrati, non c’è solo il razzismo. C’è un popolo dell’ accoglienza che ha il coraggio e la forza semplice di dare ospitalità a chi viene dalla fame, dalla guerra e dalla miseria”.

“Questo popolo della convivenza va raccontato, fatto conoscere perchè ci aiuta a liberarci dalle paure, ci sollecita a seguirli nel loro esempio”, conclude Livia Turco. A dibattere del libro saranno domani, alle 17, alla sala Sisma del Senato il sottosegretario all’Interno Domenico Manzione, Filippo Miraglia dell’Arci e Roberto Zaccaria presidente Cir. (ANSA).

Cittadinanza. Non è una questione di élite

23 Settembre, 2017 (09:40) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

Tra gli argomenti  contro la riforma che consente” agli italiani di fatto” giovani figli di immigrati  di esserlo riconosciuti anche per legge  mi ha colpito la tesi del Sen. Sacconi secondo cui questo tema come quello del fine vita starebbe a cuore alle élite  e non al popolo.

Non c’è dubbio che molte persone nel nostro paese fanno fatica nella vita quotidiana e sono assillati dai problemi concreti del reddito e del lavoro e vivono  con ansia la presenza di immigrati e si sentono  assaliti dalla paura.  Ma se  chi fa politica conosce bene il popolo ed è in relazione con le persone  non può non aver incontrato da qualche parte  quel  “ popolo della convivenza”  che è diffuso, radicato nei territori.

Sono lavoratori e lavoratrici, insegnanti, imprenditori, medici , persone anziane   che attraverso i gesti della vita quotidiana nel lavoro, nella scuola, nei quartieri, negli ospedali, nelle famiglie  hanno imparato a conoscere gli immigrati, a fidarsi di loro, hanno costruito relazioni positive.

Hanno imparato a vivere questi giovani” italiani di fatto” come loro figli, parte delle loro famiglie. E’ un grave danno per il bene comune che questo “ popolo della convivenza” non sia conosciuto, raccontato e valorizzato dalla politica, dai media e dalle èlite del nostro paese. Far conoscere e valorizzare questo popolo  aiuterebbe molto a combattere la paura.

E’ questo popolo che anni fa, esattamente nel  2010 quando   le associazioni, i sindacati  molti Comuni  ed il Forum del PD sull’immigrazione lanciarono la Campagna  “ L’Italia sono anch’io” raccogliendo migliaia di firme su una proposta di legge di iniziativa popolare incontrammo in ogni parte del paese.

Questo popolo     difronte all’immagine dei  ragazzi e ragazze  figli di immigrati aveva riflettuto in modo nuovo sull’immigrazione. Proprio questi ragazzi “ Italiani di Fatto “ avevano aiutato la gente normale, il popolo ed anche le élite a liberarsi dallo stereotipo  attraverso cui guardiamo solitamente  l’immigrato : come usurpatore o come vittima. Quasi mai come cittadino. Fu importante la battaglia legislativa che conducemmo in Parlamento in un contesto molto aspro ma fu importantissima la battaglia culturale che si svolse nel paese.

Ricordo che allora i sondaggi vedevano con favore sia la riforma della cittadinanza che il diritto di voto agli immigrarti. Ed i tempi non erano facili. Vi erano sia gli sbarchi che gli imprenditori della paura. Il contesto di questi anni è sicuramente più duro e complesso.

Ma credo vada riconosciuto con molta franchezza che su questo tema non c’è stata battaglia culturale nel paese e questo ha pesato molto. Ricordo inoltre che la riforma della cittadinanza costituiva una priorità nel programma che il PD propose alle elezioni nel 2013, era scritta in modo chiarissimo,  era stata indicata dall’allora segretario Bersani come un provvedimento dei primi cento giorni di Governo.

Non amo le polemiche ma se arriviamo così affannati a fine legislatura , dopo due anni (13 ottobre2015) di approvazione del testo  alla Camera,  vuol  dire che esso non è stato una priorità per il PD e neanche per le  altre forze di sinistra. Bisogna  porre questo tema come base di  nuovo centrosinistra e di un nuovo Ulivo.

Voglio ricordare che la prima riforma della legge sulla cittadinanza fu discussa in un convegno promosso dal Governo dell’Ulivo, Ministero della Solidarietà Sociale nel febbraio del  1999 e ne scaturì una legge  depositata dalla sottoscritta nel 2001. Il primo Ulivo fu sul tema lungimirante ma non coraggioso.

Questa volta bisogna avere lungimiranza e determinazione. Perché la  cittadinanza ai figli degli immigrati che risiedono da tempo nel nostro Paese , lo amano, lo rispettano, ne conoscono le regole e la cultura è la metafora  della società che dobbiamo costruire: la società della Convivenza capace di realizzare il motto dell’Unione Europea dell’unità nella diversità.

Una società basata sull’eguaglianza di dignità e di rispetto di ciascuna persona,  in cui la cittadinanza non si basa  sul legame di sangue   ma sulla condivisione di valori e regole, sulla capacità delle persone di costruire relazioni umane, di conoscersi e riconoscersi, di partecipare alla vita pubblica per la costruzione del bene comune. La cittadinanza  come “ amicizia civica “ e “ comunità di destino”.

Livia Turco

da Huffington Post