Il Blog di Livia Turco

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Medici immigrati, il paradosso dell’integrazione negata

28 Dicembre, 2020 (18:25) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

Nei giorni scorsi il Direttore Mattia Feltri ha molto opportunamente sollevato la questione dei medici immigrati che vivono da lungo tempo nel nostro Paese hanno pari titolo dei medici italiani,si sono  prodigati nella lotta contro il coronavirus ma non sono considerati parte del sistema sanitario pubblico.Tranne una norma recente che offre questa possibilità alle Regioni per un periodo di tempo determinato.Mattia Feltri citava l’esempio di Macron che ha deciso la cittadinanza onoraria per alcuni medici molto impegnati contro il coronavirus.

Ieri il Dottoror Foad Aodi Presidente dell’Amsi ha rivolto un appello al Presidente Mattarella ed ha ricordato che i professionisti in sanità di origine straniera in Italia sono 77.500.

L’emergenza in cui ci troviamo a vivere svela in realtà un paradosso di questo nostro Paese che va guardato in faccia e va affrontato e superato.E’ il paradosso della integrazione taciuta e nascosta e delle discriminazioni di fatto che il mancato riconoscimento del valore delle politiche di integrazione e di pacifica convivenza producono.

Perché professionisti immigrati  che  hanno  i titoli,  le competenze ,l’esperienza  richieste dal nostro ordinamento sanitario, hanno una lunga permanenza nel nostro Paese non possono partecipare ai concorsi per lavorare nella sanità pubblica se non hanno la cittadinanza Italiana?Perche possono invece lavorare nella sanità privata.?

Il paradosso della integrazione negata consiste nel fatto che nel nostro Paese un immigrato pur con lunga residenza, pur con titoli di studio e comprovata professionalita’puo’ svolgere lavori solo nel settore della industria,del manifatturiero, nell’edilizia,nelle famiglie,nell’agricoltura oppure in settori di insegnamento e sanitario purché privati.

Nella pubblica amministrazione non contano titoli,competenze,lealtà alla Repubblica,lungoresidenza..o si è italiani ,con la cittadinanza italiana, o non è previsto l’accesso..

il caso dei medici tanto più in un momento drammatico come questo fa vedere tutta la incongruenza di tale normativa.

E’ questo il momento di cambiare la norma e di prevedere che i medici di origine straniera con un permesso di soggiorno di lungoresidenza  e con titoli di studio e di tirocinio adeguati possano partecipare  ai concorsi previsti dalla sanità pubblica .Se non ora,quando?

Esso è un punto importante del programma di governo dato il rilievo che ha in questo tempo e dovrà’ avere sempre la salute delle persone e lo stato della nostra sanità pubblica.

Livia Turco (dal blog su Huffington Post)

La legge 328/2000… venti anni dopo

20 Dicembre, 2020 (18:30) | Articoli pubblicati | Da: Redazione

INTRODUZIONE

Ci voleva il Covid-19 per scoprire il valore dei servizi sociali. Ci voleva l’immagine di quegli anziani soli stipati nelle Case di Riposo, ci volevano i racconti delle mamme con la loro fatica a conciliare il lavoro e la cura dei bambini e desiderare spazi e luoghi di gioco e di socialità, ci voleva il racconto della fatica dei genitori di ragazzi disabili gravi per invocare i centri diurni o i servizi di sollievo, la fatica di curare persone non autosufficienti per capire quanto è importante l’assistenza domiciliare con la presenza di professionisti competenti come gli assistenti sociali, gli educatori, le assistenti domiciliari e di reti di solidarietà. Ironia della sorte proprio il dramma della pandemia ci ha sbattuto in faccia  l’attualità di un welfare basato su una rete integrata di servizi sociali, sanitari, educativi, per l’inserimento lavorativo, insomma il welfare di Comunità.

Ci ha fatto toccare nella vita concreta quanto pesi la loro carenza nella vita delle persone e quanto sia attuale la legge che venti anni fa li aveva previsti, la 328/2000.” Per un sistema integrato di Interventi e di Servizi Sociali”.

E’ stato colpevole non aver applicato quella  legge nei suoi punti cruciali: la definizione dei Livelli Essenziale  Sociali, l’incremento del Fondo Sociale Nazionale, l’investimento sulle professioni sociali, la valutazione dei risultati. Abbiamo toccato con mano nel pieno di una inedita e dura pandemia che quei servizi sociali nella vita delle persone sono ORO, ma un ORO che non brilla, considerati dalle scelte politiche che si sono susseguite “figli di un Dio minore” da sostituire con i bonus ed i trasferimenti monetari che hanno dimostrato la loro inefficacia a prendere in carico le persone, ad arrecare sollievo alle famiglie, ad educare i nostri bambini. D’altra parte ,come è possibile costruire una medicina di  comunità, una riorganizzazione delle cure primarie-tema anch’esso sul tappeto da oltre vent’anni e previsto nel Decreto Legislativo 229/98 e dal decreto del 2007 istitutivo delle Case della salute- senza il pilastro delle politiche sociali? Come è possibile realizzare la integrazione socio sanitaria se mancano i servizi sociali e le professioni sociali? L’impatto del Covid-19 è stato così forte e le emergenze sociali cosi profonde che, grazie in particolare alla mobilitazione dell’Ordine degli Assistenti Sociali, si è scritta una norma importante che rimette al centro dell’agenda politica la realizzazione della rete integrata dei servizi sociali .Si tratta dell’articolo 89,comma 2bis, della legge 17 luglio 2020, n.77.

Esso recita “ I servizi previsti all’articolo 22, comma 4, della Legge 8 Novembre2000, n.328, sono considerati servizi pubblici essenziali, anche se svolti in regime di concessione, accreditamento, o mediante convenzione , in quanto volti a garantire il godimento dei diritti della persona costituzionalmente tutelati. Allo scopo di assicurare l’effettivo e continuo godimento di tali diritti, le Regioni, le province autonome di Trento e di Bolzano, nell’ambito della loro competenza e della loro autonomia organizzativa, entro sessanta giorni dalla entrata in vigore della legge di conversione di questo decreto, definiscono le modalità per garantire l’accesso e la continuità dei servizi sociali, socioassistenziali e sociosanitari essenziali di cui al presente comma, anche in situazioni di emergenza, sulla base di progetti personalizzati, tenendo conto delle specifiche ed inderogabili esigenza di tutela delle persone più esposte agli effetti di emergenza e calamità. Le amministrazioni interessate provvedono all’attuazione del presente comma nell’ambito delle risorse umane e strumentali disponibili a legislazione vigente e, comunque, senza maggiori oneri per la finanza pubblica”. Norma importante ma che non prevede risorse aggiuntive nel Fondo Sociale Nazionale già profondamente inadeguato per realizzare la rete dei servizi sociali.

Altrettanto importante è la previsione della sperimentazione delle Case di Comunità  contenuta nello stesso provvedimento legislativo (Legge 17 luglio 2020 n.77) al comma 4 bis dell’articolo 1.

“ Al fine di realizzare gli obiettivi di cui ai commi 3 e 4 , il Ministero della Salute, sulla base di un Atto di Intesa in sede di Conferenza permanente tra lo Stato , le Regioni e le province di Trento e Bolzano, coordina la sperimentazione di strutture di prossimità per la prevenzione e la promozione della salute, nonché la presa in carico e la riabilitazione delle categorie più fragili, ispirate al principio della piena integrazione socio sanitaria, con il coinvolgimento di tutte le istituzioni presenti sul territorio, unitamente al volontariato locale e ad enti del terzo settore no profit. I progetti devono prevedere modalità di intervento che riducano le logiche di istituzionalizzazione, favoriscano la domiciliarità , e consentano la valutazione dei risultati ottenuti, anche attraverso strumenti innovativi quali il budget di salute individuale e di comunità. La sperimentazione di cui al presente articolo si inquadra all’interno dei progetti attuativi del Piano Sanitario Nazionale-Linee guida per l’accesso al cofinanziamento alle Regioni ed alle province autonome di Trento e Bolzano(Gazzetta Ufficiale 10 ottobre 2007 n.236). Per le finalità di cui al seguente comma sono stanziati a valere sull’importo complessivo di cui al comma 11,primo periodo, per un importo complessivo pari a 25 Milioni di Euro. Concorrono secondo le modalità organizzative delle Regioni al rafforzamento dell’assistenza domiciliare di cui ai commi 3 , 4, 4bis, anche i servizi e le prestazioni offerte dalle residenze sanitarie per anziani, dalle fondazioni(Ex IPAB) o dalle Aziende Pubbliche di servizi alle Persone (ASP) o da altri soggetti del Terzo Settore con l’obiettivo di mantenere la persona nei suoi contesti di vita”. Anche in questa occasione non si può non rilevare che una norma innovativa relativa alla salute si avvale di risorse aggiuntive sul Fondo Sanitario Nazionale, e questo è molto positivo, mentre altrettanto non  si verifica per la norma relativa ai servizi sociali.

STORIA DELLA LEGGE

E’ utile tornare a venti anni fa, rifare il punto sulla storia della legge quadro 328/2000, la Legge della dignità sociale, sul percorso di mobilitazione sociale e sul percorso parlamentare che l’ha approvata e poi soffermarsi sulle cause della sua difficile applicazione.

Appena insediato (maggio 1996) il Governo dell’Ulivo si mise all’opera. Il welfare e le politiche sociali era un punto importante del suo programma e molti protagonisti del mondo sociale avevano partecipato ai Laboratori attivati da Romano Prodi per stendere il Programma dell’Ulivo. Fui felice di trovare subito una sintonia con il Presidente del Consiglio sul nome del Ministero: Solidarietà Sociale anziché Affari Sociali. Volevamo trasmettere il messaggio che ci stava a cuore : le politiche sociali non possono ridursi a risolvere le emergenze, le politiche sociali devono essere considerate motore dello sviluppo e della crescita e dell’occupazione, fattore di inclusione sociale e di promozione del benessere delle persone.

A partire dal nome volevamo dire basta con un sociale solo riparativo ma considerare  la promozione della solidarietà come ingrediente dello sviluppo e della cittadinanza. Io portavo con me  una cassetta degli attrezzi maturata nel corso di tanti anni di militanza politica e sociale ed avevo alcune idee che mi stavano a cuore. Bisognava correggere l’anomalia del welfare italiano che si identifica nel sistema previdenziale e nella sanità , bisognava costruire il terzo pilastro del welfare quello delle politiche sociale; bisognava  partire dagli esclusi, vecchi e nuovi, da chi non vota, e dunque dai bambini, dagli immigrati e dalla lotta alla povertà; bisognava costruire politiche a sostegno delle responsabilità familiari a partire dalla scansione dei tempi di lavoro e della cura, della formazione, del tempo per sé.  Ci mettemmo subito all’opera perché sentivamo attorno a noi le aspettative e la disponibilità alla  partecipazione attiva da parte di un mondo sociale che aveva nel corso degli anni costruito sui territori nuove politiche sociali. I comuni, le cooperative sociali, il no-profit, il volontariato, le professioni sociali a partire da quella storica delle assistenti sociali.

Ero consapevole che il mio compito era quello di attingere da questa ricchezza per costruire il nuovo Welfare. Mi definii “Ministra Apparecchia - Tavoli” e su ogni questione aprivo dei Tavoli di confronto e di costruzione delle proposte. Il Ministero della Solidarietà Sociale si concepiva come “Ministero di strada” aperto alla partecipazione di tutti. Iniziammo con i  diritti dell’infanzia. Il Professor Carlo Alfredo Moro, illustre giudice minorile che già collaborava con il mio predecessore, il Prof. Adriano Ossicini, con il contributo dell’appena costituito Istituto degli Innocenti di Firenze dedicato alle politiche dell’infanzia mi aveva consegnato il primo Rapporto sull’infanzia e l’adolescenza in cui era contenuto un dato imprevisto: l’alto tasso di povertà minorile concentrata soprattutto nel Sud. Su sollecitazione dell’associazione Arci Ragazzi e del suo indimenticabile Presidente, Carlo Pagliarini, decidemmo di fare della presentazione del Rapporto una occasione di confronto con tutti gli operatori, le famiglie, la chiesa, il volontariato nel quartiere “ Borgo Nuovo”  di Palermo, nel luglio del 1996  cui partecipò anche  il sindaco Leoluca Orlando.

Fu una giornata indimenticabile che animò  quella che sarebbe stata  la Primavera delle politiche sociali. Tornando a Roma dopo quella giornata piena di proposte, passioni e problemi delle persone, mi dissi e discussi con i miei collaboratori  che bisognava fare qualcosa di concreto e con uno sguardo di lungo periodo. Ne parlai con Prodi, allestii subito i primi Tavoli (Comuni, Regioni, volontariato, cooperative sociali, associazioni disabili, non profit, professioni sociali) da cui nacque la legge 285 ”Disposizioni per la promozione dei diritti dell’infanzia e dell’Adolescenza” del 28 agosto 1997 d’iniziativa governativa e votata all’unanimità dal Palamento. Prendere in carico l’intera personalità del minore ed il suo ambiente di vita.

Questo comporta l’attivazione di politiche integrate nella comunità,  da parte degli enti locali con la partecipazione attiva- fin dal momento della programmazione- dei diversi attori sociali. La legge individuava alcune priorità che costituiscono livelli essenziali di intervento sociale: la lotta alla povertà, il superamento degli istituti educativi assistenziali a favore degli ambienti famigliari, il sostegno alle relazioni famigliari, i servizi socioeducativi e per il tempo libero. Per gli anni 1997-1998 furono stanziati 800miliardi di Lire, nella dura Legge Finanziaria che ci ha portati nell’Euro. La conferma che le risorse sono frutto di scelte politiche. Con il finanziamento cospicuo a quella legge, pur in un contesto di severi risparmi richiesti dall’ingresso nell’Euro, il governo voleva sancire che l’inizio del nuovo welfare partiva dai diritti dell’infanzia .Mi sono soffermata su questo provvedimento legislativo perché esso  ha fatto scuola rispetto alle  modalità di costruzione di una riforma e dei contenuti di un nuovo welfare.

I fatti dicono, dopo vent’anni che essa ha lasciato il segno. “ Ha vent’anni ma non li dimostra” era il titolo del Convegno organizzato a Napoli dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali nel 2017 per fare un bilancio della legge medesima e per rilanciare le politiche per l’infanzia. Nel frattempo alla Camera fin dall’inizio della legislatura furono depositati ben 15 disegni di legge sul tema della riforma dell’assistenza e per una legge quadro sulle politiche sociali. Di essi, 7 da parte di esponenti dell’Ulivo, 2 del Gruppo Misto-Verdi, 2 del partito di Rifondazione Comunista ,2 di Alleanza Nazionale, 1 della Lega e ultimo 1 di Forza Italia .I presentatori erano: On. Massimo Scalia (Gruppo Misto), Elsa Signorino(Sinistra Democratica -Ulivo), Alfonso Pecoraro Scanio(Gruppo Misto), Antonio Saia(Rifondazione Comunista), Giuseppe Lumia(Sinistra Democratica Ulivo), Roberto Calderoli( Lega Nord), Paolo Polenta(Popolari Democratici-Ulivo), Luciano Guerzoni(Sinistra Democratica-Ulivio), Mimmo Lucà  (Sinistra Democratica -Ulivo), Rosa Russo Jervolino(Popolari- Ulivo), Fausto Bertinotti(Rifondazione Comunista), Antonio Lopresti (Alleanza Nazionale), Vincenzo Zaccheo (Alleanza Nazionale), Piero Ruzzante (Sinistra- Democratica Ulivo),Maria Burani Procaccini(Forza Italia).

Presiedeva la Commissione Affari Sociali della Camera l’On. Marida Bolognesi. 15 Disegni di Legge -di cui 11 del centrosinistra- dimostravano che il tema della riforma dell’assistenza, ancora regolata dalla legge Crispi del 1890, era molto sentito ed aveva una sua storia di elaborazione sociale, di partecipazione delle professioni sociali, dei sindacati e del volontariato, della Fondazione Zancan, che avevano anche steso progetti di legge di iniziativa popolare; che esse erano espressioni in particolare delle culture politiche che facevano riferimento all’Ulivo, quella cattolica e la sinistra. Va ricordato che la legge di riforma dell’assistenza ha una lunga storia di impegno parlamentare e di mobilitazione sociale.

I primi disegni di legge organici di riforma furono presentati nel corso della Sesta legislatura (1972-1976). Essi furono: Magnani Noja- Signorile (Psi); Adriana Lodi (PCI); Franco Foschi (DC ),Franca Falcucci( DC ). Tali disegni di legge  furono presentati nel corso delle successive legislature senza pervenire ad un testo unitario condiviso ed approvato. Nel frattempo ,con la costituzione delle Regioni -cinquanta anni fa- furono varate riforme significative seppure di carattere settoriale.

Tornando alla Tredicesima legislatura (1996-2000) i  15 Disegni di Legge di riforma dell’assistenza depositati  furono affidati alla Commissione Affari Sociali della Camera il 10 ottobre 1996 e furono nominati relatori, l’On. Elsa Signorino (Democratici di sinistra Ulivo)per la maggioranza e l’On Alessandro Ce’ (esponente della Lega Nord) per la minoranza. La Commissione avviò subito i lavori con attività di indagine conoscitiva, di confronto con le esperienze europee, tenne un convegno sui temi del Welfare presso il CNEL. L’intento della relatrice e dei partiti dell’Ulivo, condiviso, dal governo era di fare della legge una momento di grande partecipazione, per costruire una legge condivisa dalle forze sociali e che definisse un terreno comune con l’opposizione. L’iter legislativo iniziò  e continuò come legge d’iniziativa parlamentare .Che si rivelò subito complesso per le differenti impostazioni che emersero tra le forze politiche di maggioranza e di opposizione sul tema del welfare. Emerse subito una divaricazione tra il sostegno sociale ampio ad una riforma  che definisse un nuovo approccio alle politiche sociali ed il conflitto politico in Parlamento.

Il 28 maggio 1998 il governo presentò un suo disegno di legge , frutto di molti Tavoli di concertazione, che conteneva un punto di vista riformatore coerente e stanziava delle risorse aggiuntive. Quello delle risorse fu, infatti, uno dei temi più controversi e di conflitto tra le parti ed era anche figlio di impostazioni molto diverse sul tema  del Welfare. La legge del Governo ed i Disegni di Legge dell’Ulivo e del Centrosinistra puntavano a costruire un welfare sociale incentrato sulla promozione del benessere delle persone, sul sostegno alla normalità della vita delle persone a partire dal sostegno ai compiti delle  famiglie, sulla promozione delle capacità delle persone- anche di quelle più fragili- sui percorsi personalizzati, sul welfare locale e comunitario che valorizza tutte le opportunità e le risorse presenti sul territorio;  definisce   a livello nazionale i Livelli Sociali Essenziali, con un Fondo Sociale Nazionale che contiene risorse aggiuntive e che rimodula quelle esistenti e sparse in tanti interventi monetari categoriali.

Introduce il principio e la pratica della Co-progettazione per la programmazione degli Interventi e per la loro realizzazione attraverso i Piani di Zona; valorizza le professioni sociali a partire dall’assistente sociale; promuove il riordino degli emolumenti per l’invalidità attraverso una delega che ha il compito di costruire forme di tutela più eque che prendano in carico in modo adeguato le gravi disabilità ; introduce la sperimentazione del Reddito Minimo di Inserimento in 39 città e prevede interventi per le persone senza fissa dimora; prevede attraverso una delega il riordino delle IPAB, un grande patrimonio di strutture e professionalità impegnate in ambito assistenziale ed educativo. Quelle di tipo assistenziale sono 4200 ed avevano allora 67.000 utenti. La legge porta in dote 3 miliardi di Euro nel Fondo Sociale Nazionale.

Di particolare rilievo è l’impianto relativo alla programmazione della Rete integrata dei servizi ed interventi con una forma inedita di coinvolgimento del volontariato e del no-profit . L’articolo 1 al comma 5  prevede il loro coinvolgimento “nella progettazione e nella realizzazione concertata degli interventi”. Principio che si concretizza nell’articolo 19  “ Piani di Zona” che definisce le modalità del loro coinvolgimento nella programmazione, nella progettazione e dunque nella definizione delle priorità e degli obiettivi. Vengono così valorizzate le competenze che Volontariato ed il Terzo Settore  hanno accumulato nel tempo.  Inoltre l’articolo 5 prevede l’impegno degli Enti Locali,  delle Regioni e dello Stato  a promuovere iniziative per la formazione del volontariato e dei soggetti del terzo settore. Importante il comma 2 del medesimo articolo “Al fine dell’affidamento dei servizi previsti dalla presente legge ,gli enti pubblici, promuovono azioni per favorire la trasparenza e la semplificazione amministrativa nonché il ricorso a forme di aggiudicazione  negoziale che consentano ai soggetti operanti nel Terzo Settore la piena espressione della propria progettualità, avvalendosi di analisi e di verifiche che tengono conto della qualità e delle caratteristiche delle prestazioni offerte e della qualificazione del personale.” Dunque, addio alle gare al massimo ribasso ed al minor costo.

L’impostazione delle forze politiche del Centrodestra puntava sulla creazione di diritti esigibili per le persone fragili, in conformità con l’articolo 38 , era contrario alla rimodulazione degli interventi monetari per le persone disabili perché  temeva una riduzione di diritti, sosteneva la libertà di scelta da parte delle persone e delle famiglie tra servizi ed interventi monetari, puntava alla creazione di un forte regionalismo, valorizzava il ruolo del volontariato e del no-profit come erogatori di servizi che possono sostituirsi all’intervento pubblico.

La differenza di fondo era proprio sul concetto di soggetti fragili . Se è doveroso sostenere in modo prioritario le persone diversamente abili, le persone in  condizioni di non autosufficienza, di povertà, tuttavia, secondo l’elaborazione  contenuta nelle leggi dell’Ulivo, bisogna puntare a costruire un welfare che promuova il benessere sociale ed il benessere di tutte le persone: prende in carico la normalità della vita di tutti. Per prevenire il disagio e per essere di sostegno a momenti di fragilità che nella esistenza odierna possono accadere a tutte le persone nel corso del ciclo di vita. Promuova il benessere sociale. Il che significa che le politiche promuovono il diritto a stare bene , a sviluppare ed a conservare le proprie capacità fisiche, a svolgere una soddisfacente vita di relazione, a riconoscere ed attivare le risorse personali, ad essere membri attivi della società, ad affrontare positivamente le responsabilità quotidiane. D’altra parte la legge non metteva affatto in discussione i diritti soggettivi ed i relativi interventi monetari previsti dalle leggi in vigore per i soggetti fragili, tutelati dall’articolo 38, semmai si proponeva una presa in carico più efficace attraverso la valorizzazione delle capacità di ciascuna persona, il sostegno attivo alle famiglie. Questo può avvenire solo con la rete integrata dei servizi sociali  e con il welfare locale e comunitario che realizza la integrazione tra interventi sociali, sanitari, di formazione e di inserimento lavorativo .Non a caso il Fondo Sociale prevedeva l’avvio dello stanziamento di risorse aggiuntive finalizzate proprio a alla realizzazione della rete integrata dei servizi. Mentre il Parlamento proseguiva la discussione sulla riforma complessiva delle politiche sociali venivano varati dal governo ed approvati in Parlamento altri provvedimenti importanti che animarono quella “primavera delle politiche sociali”.

Misure per le persone diversamente abili con particolare riguardo alle persone con disabilità grave (legge21 maggio 1998,n.162); il Fondo Nazionale di intervento per la lotta alla droga(Legge2756, del 6marzo 1997); L’introduzione in via sperimentale dell’istituto del Reddito Minimo d’Inserimento esteso a 39 città (Decreto Legislativo 18 giugno 1998 n. 237);l’assegno di maternità e l’assegno al terzo figlio (Legge 23 dicembre n.448 art.66 e 65); “La disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione giuridica dello straniero” (Legge n. 40 del 1998);la legge “Disposizioni per sostenere la maternità e la paternità per armonizzare i tempi di lavoro, di cura, e delle famiglie”(Legge53, 8 marzo 2000)che poi confluirà nel Testo Unico sulla Maternità. La riforma della legge sulle Adozioni Internazionali. Altri provvedimenti furono d’iniziativa parlamentare come l’inserimento lavorativo delle persone diversamente abili.

La legge di riforma dell’assistenza arriva in Aula il 5 luglio 1999, dopo un lungo iter in Commissione (iniziato il 10 ottobre 1996).Viena approvata alla Camera il 31  maggio 2000.Trovandoci allo scadere della legislatura il percorso al Senato si presenta molto problematico. Se si percorre il normale iter la legge non ha il tempo per essere approvata nel corso della legislatura. Non approvare una riforma così necessaria, condivisa, costruita attraverso una forte partecipazione sociale, sarebbe stato uno scacco gravissimo , una grave umiliazione per quell’importante lavoro collettivo. Per questo i partiti dell’Ulivo ed i governo  propongono che il percorso al Senato  sia rapido e  venga votato senza correzioni  il testo di legge approvato alla Camera.

La scelta desta forti contrarietà nell’opposizione ed anche all’interno della maggioranza con Rifondazione Comunista che si dichiara contraria al metodo ed anche a punti di merito. Tali forze ricorrono alla pratica dell’ostruzionismo contro quello che definiscono un “ Provvedimento blindato”. Il Presidente del Senato Nicola Mancino svolge un ruolo attivo per dirimere i conflitti e cercare una soluzione che possa superare l’ostruzionismo. Sollecita il Governo e le forze di maggioranza e di opposizione a trovare una intesa. Essa viene individuata nella approvazione di un ordine del giorno proposto dal Centrodestra che contiene i seguenti punti: 1) distinzione tra interventi obbligatori ed interventi facoltativi con il pieno rispetto dei soggetti tutelati dall’articolo 38 della Costituzione attraverso la previsione di diritti esigibili; 2) la valorizzazione della autonomia e responsabilità regionale; 3)escludere le IPAB  dal conteggio delle risorse collocate  nel Fondo Sociale in considerazione che molte di esse hanno carattere educativo.

Viene inoltre proposto un emendamento alla Legge finanziaria 2000 in cui insieme alla dotazione del Fondo Sociale Nazionale di 3 miliardi di euro si stabilisce che “ Le Regioni pur rispettando le priorità e gli obblighi che l’ordinamento loro impone  avranno la possibilità di muoversi nell’ambito delle varie voci di spesa in maniera più flessibile ed agile”. Insomma, mentre si approvava la legge , come condizione per poterla approvare, si vara  l’emendamento sul Fondo Sociale che in parte  contraddice l’impianto della legge medesima che prevede Livelli Sociali Nazionali cui subordinare l’uso delle risorse. Personalmente ero preoccupata della formulazione dell’emendamento sul Fondo Sociale  Nazionale ed in particolare temevo che il trasferimento di risorse in un Fondo Sociale indistinto avrebbe messo a rischio l’applicazione di leggi fondamentali come la 285 sull’infanzia ed altre.

Tuttavia quella mediazione accolta da tutte le forze politiche consentì il giorno 18 ottobre 2000 la discussione del provvedimento in Aula e la sua definitiva approvazione.” Ci accingiamo a varare una legge che possiamo consegnare con molta serena tranquillità ad un dibattito importante per tutta l’Europa. Pochi, troppo pochi hanno richiamato la rilevanza estrema nell’indicare la necessità di promuovere interventi per garantire la qualità della vita, le pari opportunità, la non discriminazione ed i diritti di cittadinanza. Vi è in questa legge il disegno di un nuovo Welfare che prevede il coordinamento del sistema integrato dei servizi con le politiche attive di formazione, avviamento e reinserimento nel lavoro, l’integrazione socio sanitaria. Dai diritti della persona ai diritti di cittadinanza” Sono le parole del Senatore Carlo Smuraglia a nome dell’Ulivo. Un intervento che mi permetto di citare, perché nel clima difficile di quella discussione, sottolinea le novità ed anche lo spessore della legge, consapevolezza  che rischiava di perdersi in un confronto a volte troppo concentrato su punti specifici, categoriali, perdendo di vista il progetto complessivo contenuto nella  riforma che si stava per varare.  175 furono i  votanti, 130 favorevoli , 12 contrari, 33 astenuti.  Promulgata dal Presidente della Repubblica l’8 novembre 2000 , viene pubblicata sulla Gazzetta ufficiale il 13 Novembre 2000.

Restava pochissimo tempo al governo, prima della scadenza elettorale,  per realizzare gli atti applicativi della Legge che sono fondamentali per la sua attivazione ed il suo consolidamento nel nostro ordinamento. Il valore e la sostanza della legge vive nella sua applicazione. Ciò vale per ogni legge, tanto più per un testo di riforma così ampio e complesso come la legge in questione.

Viene definito il Piano Nazionale degli Interventi e dei Servizi Sociali 2001-2003 dell’articolo 18 comma 2 della legge medesima che ha per titolo  “LIBERTA’ RESPONSABILITA’ E SOLIDARIETA’ NELL’ITALIA DELLE AUTONOMIE”.

Viene definito il Regolamento recante “Requisiti minimi strutturali ed organizzativi per l’autorizzazione all’esercizio dei servizi e delle strutture a ciclo residenziale e semiresidenziale a norma dell’articolo 11 della legge 328 /2000.Il Regolamento  a norma dell’articolo 12 comma 2 della legge medesima “Profilo professionale degli assistenti sociali, formazione universitaria ed equiparazione dei titoli di studio”. Il Decreto Legislativo recante “ Riordinamento del sistema delle istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza, a norma dell’articolo 10 della legge 8 novembre 2000 n. 328”.Provvedimento quest’ultimo molto importante che ha consentito di immettere nella rete integrata dei servizi le 4200 IPAB  esistenti in attuazione dell’articolo 22 della legge medesima e di  sviluppare e qualificare la rete dei servizi , in particolare quelli dedicati ai soggetti più fragili.

Il Decreto Legislativo prevedeva anche la possibilità per le IPAB di scegliere tra restare  soggetto di diritto pubblico(Azienda di Sevizi) oppure soggetto non lucrativo (Onlus e Fondazione) oppure soggetto di diritto privato. Erano previste misure fiscali che agevolano la loro attività .Il Decreto Legislativo conteneva un insieme di misure che intendevano preservare le finalità fondative, impedire la disgregazione del patrimonio, garantire la serietà nella gestione, consentire che il rapporto di lavoro del personale che gestisce servizi delicati come quelli che si offrono alle persone  sia disciplinato da contratti collettivi che ne valorizzano e riconoscono le peculiarità.

La scadenza elettorale impedisce l’attuazione dell’atto fondamentale che sono i Livelli Essenziale delle Prestazioni e dei Servizi Sociali (Leps).

Essi erano previsti  non solo dalla legge 328/2000 ma anche dalla la Riforma Costituzionale promossa dal Ministro Bassanini. La  Legge Costituzionale n.3 del 2001, infatti,  definisce le politiche sociali come competenza regionale e all’articolo 117 comma2 lettera M stabilisce  come compito dello Stato la definizione dei Livelli Sociali Essenziali.

La Definizione dei Livelli Essenziali e dunque dei diritti esigibili in modo uniforme su tutto il territorio nazionale avrebbe incardinato in modo strutturale la riforma e costituito a mio avviso un punto di non ritorno. Avrebbe consentito la stabilità della rete dei servizi sociali, superando la logica dei Progetti che produce precarietà sia nelle prestazioni che nel personale, avrebbe costruito gradualmente uniformità delle prestazioni e dei servizi essenziali, avrebbe consentito quella politica di integrazione tra servizi e professionalità per costruire un welfare comunitario capace di offrire prestazioni personalizzate.

Il cambio di maggioranza politica e l’avvento del governo del Centro-Destra comportò un cambiamento radicale di approccio e di cultura al tema del Welfare.

La tesi sostenuta con molta lucidità e determinazione in particolare dagli allora Ministri Roberto Maroni, Giulio Tremonti era quella di un welfare che punta sul lavoro e che per quanto riguarda le politiche sociali deve delegare la competenza alle Regioni, garantire la libertà di scelta tra intervento sociale ed intervento di tipo monetario, promuovere la politica contenuta nella parola d’ordine “ aiuta chi aiuta”  dunque affidare al volontariato la gestione dei servizi sociali esaltando i valori del dono e della gratuità. La rete integrata dei servizi sociali ed i livelli di assistenza nazionali erano considerati superflui, espressione di una concezione statalista e burocratica dell’intervento pubblico e dunque da abbandonare.

Il Reddito Minimo di Inserimento era considerato una misura assistenziale che contraddice la priorità dell’investimento nel lavoro e dunque da cancellare, abbandonando il prosieguo dell’iter previsto dalla sperimentazione attuata nel 1997  con una Commissione tecnica di Valutazione e di monitoraggio della sperimentazione medesima. Una Commissione composta da esperti di alto profilo tecnico presieduta da Chiara Saraceno  che elaborò un Rapporto  molto rigoroso circa le potenzialità e le criticità che l’applicazione della sperimentazione  del Reddito Minimo d’Inserimento aveva evidenziato. Tale Rapporto, secondo l’articolo 23 della legge 328/2000 avrebbe dovuto essere discusso in sede parlamentare per valutare la sua efficacia e predisporre, in modo conseguente, un provvedimento che istituisse, in modo organico e permanente, la misura del  Reddito Minimo d’Inserimento inteso come misura di contrasto della povertà e di sostegno al reddito.

Tutto questo lavoro fu archiviato per una decisone politica di netta contrarietà a tale misura considerata, a prescindere da alcuna valutazione concreta, come assistenzialistica e alimentatrice della trappola della povertà.

Dunque la non applicazione della legge nella sua parte relativa ai Livelli Essenziali Sociali e la cancellazione del Reddito Minimo d’Inserimento fu il frutto di una netta e chiara scelta politica operata dal Centrodestra. Che faceva leva anche su un provvedimento approvato dal Centrosinistra, appunto la Riforma del titolo V con il suo forte impianto Regionalista. Anche se, rammento ancora una volta, l’articolo 117 comma 2 lettera m affida allo Stato il compito di definire i medesimi Leps.

Ho scritto quanto la legge sia stata il frutto di un processo condiviso e di forte partecipazione sociale. Ben trenta stesure come possono rammentare insieme alla sottoscritta, la relatrice On. Elsa Signorino e le persone che con me collaborarono al Ministero (ricordo e ringrazio in modo particolare Renato Finocchi Ghersi, allora responsabile dell’ufficio Legislativo e la Dottoressa Alfonsina Rinaldi che collaborava con il Ministero della Solidarietà Sociale).

Mi sento di sottoporre ai tanti generosi interlocutori e protagonisti/e della legge, a venti anni dalla medesima e riflettendo sulla difficile applicazione, questo punto: se avessimo tutti insieme compreso che è importante che una legge di riforma, tanto più così ampia e complessa come la 328, non solo sia approvata ma abbia il tempo per essere applicata dal governo che l’ha condivisa ed intensamente voluta, oggi ci troveremmo in un contesto diverso. Non basta avere buone leggi, leggi condivise, bisogna che esse abbiano il tempo di essere applicate.

C’è il tempo della elaborazione e della discussione di un provvedimento legislativo ma ci deve essere anche il tempo della sua applicazione e questo tempo deve essere tenuto in conto quando si procede a elaborazione, discussione ed approvazione della legge medesima. Insomma, un po’ meno Tavoli di concertazione ed almeno un anno di tempo al Governo che l’ha voluta per applicarla avrebbe consentito di incardinarla in modo tale da essere difficilmente sostituibile o ignorata. Applicare una legge significa anzitutto farla conoscere ai cittadini, promuovere la sua cultura, i diritti e le opportunità che essa contiene. La Legge 328 -che avrei voluto chiamare non con l’aridità del suo numero ma con il calore della sua sostanza ”legge della dignità sociale”- era il frutto di una ampia comunità del sociale  e conteneva una cultura molto innovativa della assistenza sociale che rompeva con la logica dei trasferimenti monetari e con gli interventi categoriali. Quest’ultima però era molto radicata nel nostro Paese.

Era ed è dunque necessaria una azione capillare per far capire la potenza di cambiamento nella vita delle persone dei servizi sociali, della presa in carico delle persone, del lavoro integrato tra servizi e professionisti, del progetto di vita personalizzato per ogni persona fragile.  Bisognava promuovere una battaglia culturale  facendo vedere le buone pratiche, portare concretamente ad esempio i servizi innovativi per l’infanzia, la presa in carico della disabilità, il valore delle comunità che prendono in carico le persone fragili, la domiciliarità  intesa come relazione umana e sollecitatrice delle competenze di ciascuna persona. Insomma, dovevamo far luccicare l’ORO delle politiche sociali innovative contenuta in una grande rete di esperienze costruite nei territori e nelle comunità. Anche per incidere nella dimensione simbolica e nella domanda di protezione delle persone. Non ci fu il tempo.

Questa azione è stata meritoriamente condotta da chi la legge l’aveva voluta, l’ha applicata e la sta  applicando nelle Regioni e nei Comuni. Credo sia straordinariamente importante la diffusione della pratica della COPROGETTAZIONE; la esperienza dei Piani di zona, i Piani Sociali di città come Roma, Genova, Torino ed altre, la rete di servizi innovativi che comuni e soggetti del no-profit, professioni sociali  sono riusciti a realizzare e che costituiscono oggi una rete diffusa, seppure molto difforme sul territorio nazionale e sostenuta dal lavoro eccellente e resiliente di straordinari operatori, operatrici sociali. Che però non hanno visto superata la logica del lavoro per progetti, scelti con la logica del minor costo e del massimo ribasso, che non garantisce la stabilità  dei servizi, espone i lavoratori che sono soprattutto lavoratrici, professionisti  e professioniste  come le assistenti sociali, le assistenti domiciliari, gli educatori  le educatrici ecc.. alla condizione di precarietà lavorativa. Da questa rete territoriale generosa, resiliente e sempre capace di innovare bisogna oggi partire per un rilancio delle politiche sociali. Per fare brillare l’Oro che esse contengono.

PER UNA NUOVA PRIMAVERA DELLE POLITICHE SOCIALI

Nei venti anni che separano l’approvazione della legge quadro 328 ,la legge della Dignità Sociale, sono avvenuti cambiamenti profondi nella struttura del lavoro , nella scansione dei tempi di lavoro e di vita, nella struttura sociale e nella condizione sociale. Spartiacque molto duro è stata la crisi finanziaria del 2008. Ci troviamo con un assetto del lavoro che ha visto la transizione alla società dei servizi. La terziarizzazione dell’economia, il declinare delle occupazioni manifatturiere e l’ascesa dei nuovi lavori ad alto contenuto di conoscenza sono stati interpretatati in passato come un processo di graduale arricchimento qualitativo del lavoro e delle professionalità su vasta scala.

In realtà accanto al lavoro qualificato dei servizi ad alta produttività e ad alti salari si è allargata l’area dei lavori terziari poveri, a bassa produttività, a bassi salari, precari, accentuando fortemente le diseguaglianze nel lavoro, nel reddito e nelle condizioni di vita. I servizi di welfare ed in generale il lavoro nel sociale sono uno degli ambiti in cui è diffuso il lavoro precario e con bassi salari. Nonostante sia lavoro qualificato, in cui la qualità prima è data dalla relazione umana, che contiene un valore produttivo oltrechè  umano perché  solo attraverso la relazione umana l’intervento sociale è efficace e qualificato. Insieme alle diseguaglianze nel lavoro è aumentata la condizione di vulnerabilità sociale. Contraddistinta da varie forme di fragilità, familiari, lavorative, economiche abitative che destabilizzano i corsi di vita di gruppi di persone sempre più eterogenei.

Vulnerabilità distinta dalla povertà in senso stretto  che riflette un clima di generale insicurezza che taglia trasversalmente la società. La crisi economica del 2008, ha impoverito il ceto medio ed ha prodotto una sorta di “gerarchizzazione” del disagio sociale, nella valutazione delle priorità da parte delle politiche pubbliche. L’impoverimento economico del ceto medio ha messo al centro degli interventi pubblici le varie forme  di sostegno al reddito relegando alla solitudine ed alla responsabilità delle famiglie le diverse forme di fragilità come la salute mentale, la non autosufficienza, la disabilità, le tossicodipendenze. Queste fragilità sono scomparse di fatto dagli interventi pubblici e al massimo son stati loro riservati  bonus ed interventi monetari. Come conferma l’assurda parcellizzazione del Fondo Sociale nazionale  in 14 piccoli fondi di bonus categoriali. Le uniche leggi che hanno segnato  un discostamento da questa logica sono la legge sul” Dopo di noi” per le persone con grave disabilità(Legge22giugno2016,n.112) e la Legge sul Reddito di Inclusione Sociale(Decreto Legislativo n.147 del 15 settembre 2017).

L’impoverimento economico ha nascosto e messo in secondo piano l’impoverimento delle relazioni umane  e delle reti di comunità. Con una conseguente marginalizzazioni di fasi, di cicli importanti della vita come l’infanzia e la vecchiaia. Paradossale in un paese a bassa natalità e con un forte invecchiamento della popolazione. Un aspetto poco indagato è stato il cambiamento della scansione dei tempi di vita e di lavoro con un tempo di lavoro che è diventato “tiranno” sugli altri tempi di vita. Pur di avere un lavoro si è disponibili a svolgerlo a qualunque ora in qualunque fase del giorno  e della settimana. L’uso del tempo è fattore di diseguaglianza sociale: tra chi è costretto a subire la tirannia del tempo di lavoro ed è costretto a subordinare ad esso gli altri tempi di vita e chi può scegliersi il tempo di lavoro e vivere la mescolanza con gli altri tempi della vita.

Con il Covid-19  abbiamo vissuto l’irrompere del lavoro agile che cambia il rapporto tra tempo di lavoro e tempo della cura, il rapporto spazio tempo.  Si impone la necessità di una diversa organizzazione  dei trasporti e degli spazi della città. Torna cruciale la questione della riorganizzazione dei tempi delle città e l’importanza da parte dei Comuni di dotarsi di uno strumento come il Piano Regolatore dei tempi delle città, strumento già previsto nella legge 53/2000  e purtroppo anch’essa poco applicata proprio su questo punto. Nel corso degli anni 2000 in Europa, nonostante le ambizioni del Pilastro Sociale Europeo, sono state introdotte come grande innovazione le politiche di investimento attivo delle persone subordinando il sostegno al reddito con inserimenti attivi nella società. Ma questo è avvenuto  in un contesto di riduzione degli interventi pubblici a sostegno della sanità, della formazione, delle politiche sociali. Che in Italia ha trovato il suo epicentro ripristinando a livello nazionale interventi riparativi ed assistenzialistici attraversi i variegati  interventi monetari. Si sono inoltre formati nel nostro paese  tre welfare: servizi sociali pubblici sempre più disomogenei sul territorio nazionale e sempre più precari , il Welfare aziendale, il Welfare delle Fondazioni Bancarie. Tre Welfare che raramente comunicano tra di loro.

In questo contesto dimostra tutta la sua validità la cultura della legge quadro 328/2000. Per prevenire la vulnerabilità bisogna promuovere politiche che perseguano il benessere delle persone e siano di sostegno alla normalità della vita quotidiana; difronte alle fragilità bisogna attivare percorsi personalizzati e continuativi di presa in carico delle persone, che tirino fuori e valorizzino le capacità delle persone medesime. Difronte alle solitudini e all’impoverimento delle relazioni bisogna attivare le reti comunitarie; difronte all’impoverimento del lavoro oltre alle integrazioni al reddito bisogna attivare programmi locali che integrino tra loro l’inserimento lavorativo, scolastico, sociale; difronte alla precarietà del lavoro sociale bisogna smetterla con la logica dei progetti  al massimo ribasso e definire i livelli sociali  essenziali. Questa cultura e queste politiche sono efficaci se collocate in un contesto di politiche pubbliche che abbiano una visione di società e che promuovano un cambiamento di rotta rispetto alle politiche neoliberiste che hanno prevalso.

C’è bisogno di una visione di società che metta al centro la persona umana come soggetto in relazione con l’altro, che elabori le interconnessioni che ci uniscono gli uni agli altri le une alle altre in solidarietà e comunità. “L’esistenza di ciascuno di noi è legata a quella degli altri: la vita non è tempo che passa, è tempo di incontri” (Tratto dall’Enciclica sulla fraternità e l’amicizia sociale di Papa Francesco, Fratelli Tutti). Bisogna promuovere uno sviluppo economico e sociale che investa sui Beni Comuni, come ambiente, salute, scuola, politiche sociali, lavoro. C’è bisogno di un intervento pubblico che investa su di essi considerando i Beni Comuni le grandi infrastrutture del paese, un forte volano per lo sviluppo e l’occupazione.

Bisogna promuovere il Welfare  delle tre G: Generazioni, Generi, Genti. Un Welfare che investa sulla solidarietà tra generazioni, sul superamento del forte divario di genere e sull’investimento nelle competenze e nella diversità femminile, un welfare che sappia costruire Convivenza tra Italiani e Nuovi Italiani. C’è bisogna di costruire Comunità Competenti che valorizzino la partecipazione attiva delle persone. Di una Democrazia della Cura che consideri il prendersi cura delle persone un ingrediente della cittadinanza. Il prendersi cura delle persone come dimensione pubblica e della cittadinanza  potrebbe essere esemplificato e concretizzato nel Servizio Civile Obbligatorio per i giovani ed in Servizio civile per le persone in età matura.   C’è bisogno di una visione del tempo di vita che rispetti e valorizzi tutte le stagioni della vita consentendo a ciascuna persona , in ogni stagione della vita, di vivere la mescolanza tra il tempo di lavoro, il tempo della cura, il tempo per sé, il tempo sociale. C’è bisogno di promuovere la salute come bene comune e non solo diritto individuale promosso da una comunità in salute. In questo contesto diventa ineludibile costruire il pilastro delle politiche sociali come  ingrediente di sviluppo e di occupazione.

Bisogna mettere in moto la cultura della 328/000 la cui efficacia è dimostrata dalle tante buone pratiche costruite a livello territoriale. Facendo tesoro di cosa ci insegano queste buone pratiche.

Esse hanno anzitutto bisogno di costruire Rete di diventare stabili e dunque che si realizzino i Livelli Sociali Essenziali. Intesi come strumenti, opportunità, relazioni per “garantire una dignitosa esperienza di vita a tutte le persone.” Secondo la definizione della Organizzazione Mondale della Sanità.

“Promuovere le capacità di esprimersi e di agire delle persone entro un sistema esigibile di diritti “come è stato elaborato nel corso degli anni ispirandosi al welfare delle capacità di Amartja Sen. La definizione dei Livelli Essenziali Sociali deve collocarsi  all’interno della promozione della salute come bene comune e dunque della salute di Comunità e delle Case delle Salute/Casa di Comunità. Per rendere effettiva la integrazione socio sanitaria. Bisogna che questo percorso parta subito e  concretamente attraverso l’attivazione da parte della Presidenza del Consiglio di un Tavolo Interministeriale che coinvolga Regioni, Comuni, Soggetti del No profit. Bisogna elaborare un nuovo Piano Sociale   che legga i  bisogni sociali e stabilisca le priorità a partire  dai territori, dalle comunità con un coinvolgimento attivo dei Comuni, Regioni, Terzo Settore e  professioni sociali.

Un utile materiale di riferimento è costituito  dalle  urgenze  segnalate e le indicazioni elaborate   recentemente dall’Ordine degli Assistenti Sociali.

UNA AGENDA PER LE RIFORME

A)Riformare il Reddito di Cittadinanza per promuovere una reale presa in carico delle persone in condizioni di povertà.

B)Garantire il Servizio Sociale Professionale ed il  Segretariato sociale  in modo uniforme prevedendo un assistente sociale ogni tremila abitanti che lavorino sia nelle strutture sociali che in quelle sanitarie per integrarle tra loro e realizzare solide reti di sostegno ai bisogni complessi della popolazione.

C)Potenziare l’Assistenza Domiciliare Integrata come è già avvenuto in recenti provvedimenti del Governo ma anche l’Assistenza Socio Assistenziale ,quella di competenza dei Comuni e finanziata dal Fondo Sociale Nazionale  che registra un costante calo di copertura della popolazione. L’assistenza domiciliare sociale non deve riguardare solo le prestazioni connesse alle funzioni vitali ma prendere in carico il bisogno di relazionalità rivolti sia alle persone anziane , ai minori in difficoltà, alle famiglie, alle persone disabili.

L’assistenza domiciliare così intesa può costituire  un primo avvio del diritto della persona a vivere nel proprio domicilio.

Definire un livello essenziale può, in questo contesto una prima rete di prevenzione ed una forma di sicurezza per molti nuclei famigliari.

D)Definire un Piano Nazionale per le persone non autosufficienti.

E)Definire i progetti personalizzati per le persone diversamente abili a partire dalla disabilità grave.

F) Promuovere la presa in carico delle persone con problemi di salute mentale e le persone in situazioni di dipendenza, costrette a vivere in condizioni problematiche per l’abbandono della loro condizione da parte delle politiche pubbliche.

G)Promuovere Il sostegno della personalità del minore ed il sostegno alle fondamentali responsabilità familiari.

Rilanciare la cultura della legge 328/2000 comporta alcune innovazioni che sintetizzo in queste parole chiavi.

Il Pubblico deve investire risorse nelle politiche sociali ed attivare interventi per la qualificazione dei lavori sociali e delle professioni sociali.

Il Pubblico deve essere il Sollecitatore di Responsabilità verso la promozione della inclusione sociale e del benessere sociale chiamando in causa tutti gli attori economici e sociali perché promuovano attivamente l’inclusione sociale al di là dell’ottica della responsabilità sociale dell’impresa. Il Pubblico deve essere soggetto della Programmazione e della Co-progettazione che coinvolge i soggetti pubblici, il Terzo settore ed anche i soggetti privati. Deve favorire il coordinamento ed il lavoro comune  condividendo obiettivi di benessere tra sevizi sociali, gestiti dal pubblico o dal volontariato e cooperazione sociale, servizi sanitari pubblici, le fondazioni bancarie, il welfare aziendale. Anche attraverso la sottoscrizione di Protocolli  d’intesa tra Enti Locali, Terzo settore, imprese, sindacati.

L’intervento Sociale è il Parametro Sociale che orienta ed attraversa tutte le politiche; Il Sociale e la Salute devono attraversare  tutte le politiche. La cura deve essere cura delle persone ma anche cura dei luoghi in cui le persone vivono. Cura degli ambienti di vita ed lavoro. Bisogna promuovere un Sociale d’Iniziativa insieme ad una Salute d’Iniziativa che vadano  incontro alle persone più fragili e più vulnerabili, le quali da sole non si avvicinerebbero ai servizi sociale e sanitari.

Lo strumento può essere quello del Patto Territoriale per il Benessere Sociale che, sotto la regia del sindaco, di tutti gli assessori, coinvolge tutti gli attori sociali ma anche economici presenti sul territorio per costruire un progetto condiviso che definisca in modo integrato le priorità e gli interventi del progetto per l’Inclusione sociale e per il Benessere delle persone.

Innovando rispetto alla concezione ed alla pratica dei Piani di Zona non solo per come si sono realizzati ma per come sono stati ideati dalla legge 328/2000. Progetti che devono essere condivisi e partecipati dalla Comunità Competente. Bisogna riscoprire il concetto di “Capacita’ ” di Amrtja Sen che nel suo libro “Lo sviluppo è Libertà” parla di capacità delle persone come “libertà sostanziali o capacità di scegliersi una vita cui si dia valore; la capacità delle persone di fare cose e la libertà di vivere vite”. La povertà in cui cade una persona è la privazione delle sue capacitazioni di base. La lotta alla povertà si configura non solo come lotta  per migliorare il reddito di una persona ma anche per migliorare la sua qualità della vita. Ed elevare il livello della sua libertà. Il Concetto delle “Capacità” e “Capacitazioni”  deve orientare un welfare comunitario, attivo, in cui le politiche sociali tirino fuori le competenza di ciascuna persona mettendo in campo un percorso personalizzato che unisca la formazione, la promozione della salute, l’inserimento lavorativo, le reti di solidarietà attiva.  Il welfare attivo, che promuove e valorizza le capacità di ciascuna persona  deve promuovere una Comunità Competente attraverso la pratica della Democrazia Deliberativa.

La promozione della inclusione sociale e del benessere delle persone deve avvalersi della partecipazione attiva dei cittadini, che devono essere ascoltati, coinvolti nelle scelte, sollecitati ad assumersi delle responsabilità verso i propri stili di vita e nella costruzione di reti comunitarie. Dalla Cittadinanza Attiva alle  Competenze Attive per promuovere il Benessere sociale. Il cittadino competente che condivide le politiche, le co-progetta e ne partecipa alla realizzazione.

A partire dai soggetti più fragili Bisogna dunque prevedere delle AGORA’ in cui le persone discutono e partecipano alla deliberazione. Bisogna costruire un forte legame tra Welfare attivo, delle capacità , del benessere sociale e la qualità della partecipazione democratica. Un Welfare attivo e del benessere sociale richiede un Democrazia della cura  ed una Democrazia deliberativa. Far diventare i cittadini protagonisti del benessere della propria comunità e della propria vita. Coinvolgere nella dimensione pubblica le persone che fanno fatica, che hanno meno cultura e formazione, che vivono fragilità e diverse abilità è fondamentale per promuovere la loro inclusione ed il loro benessere. Prendersi cura delle persone è costruire una democrazia della cura   che  coinvolga il popolo nella sua lotta quotidiana per la dignità e la costruzione del suo destino. Dunque bisogna inventare strumenti e luoghi di partecipazione nei territori e nelle comunità. Questa è una innovazione grande ed importante che dobbiamo costruire. Torno alla Enciclica “Fratelli Tutti”: “ Occorre pensare alla partecipazione sociale, politica ed economica in modalità tali che includano i movimenti popolari ed animino le strutture di governo locali, nazionale ed internazionali con quel torrente di energia morale che nasce dal coinvolgimento degli esclusi nella costruzione del destino comune. Al tempo stesso è bene far si che questi movimenti, che queste esperienze di solidarietà che crescono dal basso, dal sottosuolo del pianeta, confluiscano, siano più coordinati, s’incontrino. Questo, però, senza tradire il loro stile caratteristico perché essi sono seminatori di cambiamento, promotori di un processo, in cui convergono milioni di piccole e grandi azioni, concatenate in modo creativo, come in una poesia. In questo senso sono “poeti sociali” che a modo loro lavorano, propongono e promuovono e liberano.  Bisogna superare quella idea delle  politiche sociali come una politica verso i poveri, ma mai con i poveri, mai dei poveri e tanto meno inserita in un progetto che riunisca i popoli.” Una riflessione che considero preziosa, espressa con parole che lasciano il segno e che possono illuminare la politica e tutti/e noi.

Livia Turco (articolo pubblicato sulla Rivista Politiche Sociali, dicembre 2020)

Serve un welfare di prossimità che rifletta la cultura della 328

18 Dicembre, 2020 (18:21) | Interviste | Da: Redazione

Il 15 dicembre 2020 si è svolto il webinar “Più bisogni, quali risorse?”, parte del nostro percorso di ricerca verso il Quinto Rapporto sul secondo welfare, che sarà presentato nell’autunno 2021. All’incontro, insieme a Francesco Profumo (Presidente di Acri) e Tiziano Treu (Presidente del Cnel) era stata invitata anche Livia Turco (Presidente della Fondazione Nilde Iotti) che purtoppo per problemi tecnici non ha potuto portare il proprio contributo su uno dei temi centrali del nostro confronto: il welfare di prossimità.

 

Come promesso, abbiamo ricontattato la Presidente Turco - che ringraziamo per la disponibilità - chiedendole di rispondere alle domande che avremmo voluto farle nel corso dell’incontro. Ecco cosa ci ha risposto.

Nel 2000 la legge 328, di cui lei fu firmataria, disegnò un sistema dei servizi sociali molto articolato e fortemente radicato nei territori, grazie anche a un forte coinvolgimento del Terzo Settore. A 20 anni di distanza che bilancio possiamo fare di quel provvedimento?

In questi vent’anni si è sviluppato un welfare a due dimensioni: una locale e una nazionale. La 328 ha seminato molto nei territori perché ha aiutato a costruire un welfare locale; basti pensare che è stata recepita da tutte le Regioni (attraverso specifiche leggi regionali) e che i piani di zona sono un’esperienza che si è diffusa e consolidata nei territori. Purtroppo però la 328 non è stata applicata dal livello nazionale, in particolare rispetto alla definizione dei Livelli essenziali delle prestazioni (LEP) che sono un caposaldo di questo intervento normativo. Si tratta di una grave lacuna. I LEP sono fondamentali e questo lo ha dimostrato anche la pandemia che ha portato in primo piano il drammatico bisogno di una rete di servizi sociali. 


Quali sono i fattori che, a suo avviso, hanno ostacolato la definizione dei LEP?

Contrariamente a quanto si pensa comunemente, la mancata definizione dei LEP non è imputabile alla riforma che Titolo V dato che questa prevede un sistema di governance basato sui LEP. Direi piuttosto che i LEP non sono stati applicati perché, negli anni successivi alla fine della XIII legislatura, è prevalsa l’idea di un welfare basato sul dono e sulla carità. Di conseguenza, gli interventi messi in campo si sono concretizzati in trasferimenti monetari e bonus piuttosto che in servizi sociali. Una visione, questa, che non ha nulla a che vedere con la cultura della 328, ma che poi non è stata contrastata neanche dai successivi Governi di centro-sinistra. 

Cosa caratterizza questa “cultura della 328”? 

In primo luogo, l’idea della 328 era quella di dar vita a un terzo pilastro del welfare. Accanto al pilastro sanitario e pensionistico si voleva dare corpo a un sistema integrato di servizi in grado di rispondere ai bisogni sociali tenendo conto di tutte le stagioni della vita; dall’infanzia fino all’età anziana. La costruzione di questo sistema era - ed è tuttora - compito del Pubblico, che potrebbe fare la sua parte fino in fondo mettendo in campo risorse e definendo i LEP. Su questo, come detto, è stato fatto troppo poco perché oggi abbiamo un sistema di servizi che è debole. 

In secondo luogo, la 328 puntava anche sulla valorizzazione del Terzo Settore. Nel quadro di questo intervento normativo, infatti, il Terzo Settore è riconosciuto come soggetto attivo della progettazione sociale, coinvolgibile nella programmazione degli interventi e con un ruolo specifico all’interno dei piani di zona. Oggi siamo ben lontani da  questa idea. In molti contesti il Terzo Settore non è considerato come una realtà che può lavorare insieme al Pubblico, ma piuttosto come una componente che supplisce le carenze in una “logica a ribasso”, che mira solo al contenimento dei costi.

A vent’anni di distanza mi sembra che la “cultura della 328” si sia affermata nei territori e fra gli operatori, ma purtroppo non nella politica. Quello che vedo è uno scarto fra un mondo sociale che ha fatto propri i valori della 328 e un mondo politico che invece ancora fatica a riconoscere il ruolo e il valore dei servizi sociali.

Pensa che la pandemia possa incentivare lo sviluppo definitivo di un modello di welfare che rifletta la “cultura della 328”? 

Certamente me lo auguro e direi che la situazione attuale pone la necessità di andare in questa direzione. La pandemia ci chiede di realizzare un vero welfare di prossimità, un welfare che valorizzi le competenze degli attori e le reti che essi possono costituire. E ci chiede di realizzare nuovi percorsi di cittadinanza attiva e di rendere quindi i destinatari degli interventi protagonisti del loro benessere. In sostanza, credo che la pandemia abbia dimostrato che il welfare di prossimità deve essere il modello per il welfare del futuro. 

Dove crede sia importante agire per realizzare concretamente un welfare di questo tipo?

In questa fase, sarebbe utile partire dal welfare locale che c’è; che ha resistito e che ha saputo rinnovarsi seppur nelle sue difformità. A livello territoriale, il Pubblico dovrebbe agire come “sollecitatore di responsabilità” verso tutti gli attori economico-sociali. E in questo senso credo che sia fondamentale l’integrazione e il raccordo fra i tre sistemi di welfare oggi presenti: pubblico, aziendale e filantropico.  

Inoltre, a distanza di vent’anni, non mi limiterei più ai Piani di zona ma immaginerei la realizzazione di “Patti territoriali per il benessere sociale”, che mettano attorno a un tavolo non solo il sociale, il sanitario, il lavorativo - quindi tutti i pezzi del welfare pubblico - e permettano di costruire relazioni stabili con il welfare aziendale e con quello filantropico. Dal mio punto di vista, ovviamente, queste altre forme di welfare non possano e non debbono sostituirsi al welfare pubblico, ma perché questo rischio sia evitato occorre coordinamento.

In altre parole, oggi abbiamo un welfare pubblico dei servizi sociali che è misero e che va assolutamente potenziato. Perché questo accada, a mio avviso, la politica deve cogliere l’occasione per investire ingenti risorse nelle politiche sociali e definire, finalmente i LEP. Ma questo non basta. È necessario infatti che il Pubblico instauri un dialogo con le altre forme di welfare che ci sono sui territori, sviluppando una condivisione sinergica degli obiettivi e definendo accordi con il welfare aziendale e filantropico. Se non fa questo il welfare pubblico rimane miope.

Intervista di Chiara Agostini su SecondoWelfare.it 

Nilde Iotti oggi ci direbbe di continuare a lottare per i nostri ideali

4 Dicembre, 2020 (16:57) | Interviste | Da: Redazione

Sempre in prima linea. Dalla resistenza e dall’attivismo per chi era in difficoltà, fino agli scranni del Parlamento. Madre costituente della Repubblica, parlamentare italiana ed europea, prima donna Presidente della Camera dei Deputati, una straordinaria donna italiana il cui ricordo deve essere coltivato sempre e non solo nel giorno della ricorrenza della sua morte, avvenuta ormai 21 anni fa.

“Ancora oggi appare incredibile il suo percorso: un’evoluzione civile e democratica che rimane un modello imprescindibile per la storia del nostro Paese, per le lotte che la videro protagonista e la caratura etica e morale che l’ha contraddistinta”. Livia Turco, già parlamentare e ministra, oggi presidente della Fondazione Nilde Iotti celebra la donna e il simbolo che oggi più che mai può rappresentare un faro in un momento complesso come quello che stiamo vivendo”.

Quale sarebbe per lei il messaggio e l’invito che Nilde Iotti avrebbe rivolto oggi al suo Paese?

“Nilde è stata una guerriera prima di tutto. Ha lottato nella sua vita per ciò in cui credeva e oggi senza giri di parole sono sicura che sarebbe arrabbiata. Ci direbbe chiaro e tondo che bisogna non solo avere degli ideali, ma che è necessario lavorare affinché siano calati nella realtà e soprattutto che non bisogna mollare”.

Arrabbiata?

“Certo. Non bisogna indorare la pillola, Nilde Iotti sarebbe assolutamente infuriata. Me la sento dire ‘Vergogna’. Vergogna perché sono passati 70 anni e tanti principi costituzionali rimangono solo sulla carta, come per esempio la parità salariale. Se lei fosse qui, sarebbe incredula nel vedere a che punto siamo, soprattutto per la questione femminile. E proprio per questo sarebbe di nuovo in prima linea per dimostrare che le leggi non bastano, ma vanno tradotte in scelte politiche. In cultura. In azione”.

Quindi la immagina sempre in prima linea? 

“Voglio ricordare quello che Nilde fece col suo primo incarico ufficiale per l’Udi: l’accoglienza di 1500 bambini di Milano da sfamare e da vestire. Nilde ci spronerebbe a guardare le cose con occhio lungo, ma allo stesso tempo ad avere molta cura delle persone. Quindi, una politica al servizio e solleciterebbe un fare concreto. In contemporanea però sarebbe coi giovani per progettare il futuro e costruire l’orizzonte di un cambiamento”.

 

Nilde Iotti è stata però anche una donna e un simbolo delle istituzioni che forse oggi non sono più di moda…

“Di una cosa sarebbe molto felice: i passi avanti fatti dall’Europa. Da donna di pace, coglierebbe questa nuova fase per costruire il sentimento del popolo europeo. Vedrebbe questa come una grande occasione. Di fronte alla pandemia – che ha dimostrato come le nostre vite sono fragili e interconnesse – non esiterebbe di nuovo a lottare per rafforzare il messaggio di comunione, equità e sviluppo, per tutti. Nessuno escluso. Credo che sarebbe d’accordo col Papa: fratellanza universale”.

Come è giusto ricordarla?

“Vorrei lanciare un invito, un appello alle scuole affinché insegnino ai nostri giovani chi era, non solo Nilde Iotti, ma tutte le 21 Madri costituenti. Anche le storie meno note sono di una ricchezza unica e ci possono lasciare non solo un’incredibile eredità da preservare, ma una rotta da continuare a percorrere. Per esempio ogni anno di nascita potrebbe essere l’occasione per una lezione dedicata a queste 21 meravigliose figure”.

Rispetto invece al momento storico di passaggio che stiamo vivendo quale svolta va sottolineata in occasione di questo centenario?

“Dico subito che Nilde sarebbe inorridita dal gergo che riduce il Parlamento in una poltrona. Lei, donna che ha dedicato la sua vita alla dignità delle istituzioni, di fronte al dilagante populismo agiterebbe il suo vangelo: la Carte costituzionale. La sua lotta sarebbe ancora per le riforme: il superamento del bicameralismo perfetto, avere un Parlamento competente e autorevole e quindi efficace ed efficiente; e poi l’idea costante di una politica popolare che possa essere colta, aperta e in cui tutti possano poter partecipare. La crescita democratica parte da questo e in questo centenario abbiamo il dovere di celebrare la sua forza e attualità, manifestazione di un’eredità che è patrimonio dell’intero Paese”.

Maddalena Carlino

Intervista pubblicata su immagina.eu

Basta con il teatrino della politica che parla di posti e rimpasti di governo

1 Dicembre, 2020 (17:58) | Articoli pubblicati, Senza categoria | Da: cesare fassari

Basta con il teatrino della politica che parla di posti, rimpasti di governo, litigi! Quanto di più lontano dalla vita delle persone! Questo riguarda tutti: chi quel teatrino lo anima e chi lo incoraggia e lo ingigantisce attraverso il racconto sui media.

È il momento del rispetto, del legame vero e profondo con le persone. È il momento di porsi traguardi che siano all’altezza della profonda sofferenza sociale in cui siamo immersi, sofferenza che alimenta diseguaglianze, fatiche, dolori.

Il dovere della politica e di tutti coloro che agiscono sulla scena pubblica è far crescere il sentimento della solidarietà come sentimento pubblico che faccia del nostro Paese una grande comunità. Dobbiamo farlo prima che sia troppo tardi. Prima che le fatiche, le diseguaglianze, le sofferenze, l’ansia di tanti giovani per il futuro non si traducano in risentimento, ribellione, rifugio nella solitudine amara.

Le forze politiche che sono al governo e che si stanno cimentando con problemi molto duri e inediti e ricercano le strade di nuove riforme non devono dimenticare mai che un riformismo dall’alto ed un riformismo senza popolo è perdente. Dunque è loro compito primario trovare le parole, compiere i gesti che li leghino alle persone, a partire dalla capacità di ascolto e di vicinanza. Bisogna riscoprire una pratica del buon governo e della politica per cui il legame con le persone, con il popolo di questo nostro paese è una priorità. Ho detto il legame e non l’apparire..!

Che si può praticare anche in fase di distanziamento fisico.

Non si può non trovare il tempo e le parole per dialogare con gli studenti che vogliono tornare a scuola, con gli assistenti sociali che chiedono di poter esercitare la loro preziosa funzione e dunque di essere contemplati tra le figure professionali per la cura delle persone, con i lavoratori precari che perdono il lavoro, con i giovani che sono inquieti sul loro futuro e su quei medici e operatori sanitari che rischiano la vita per salvare le persone.

Far crescere il sentimento della solidarietà deve essere avvertito da ciascuno di noi, dalle forze politiche, socilali, culturali, dai media come una emergenza, un dovere primario per vivere in modo costruttivo il tempo lungo della pandemia.

Il sentimento della solidarietà cresce se è animato dalla cultura e dalla pratica del prendersi cura delle persone. Prendersi cura della vita, prendersi cura delle persone deve essere l’orizzonte ideale e pratico della sinistra. È una grande scelta politica da cui possono nascere nuovi pensieri e nuove pratiche. Solo in questa radice e in questo orizzonte può rinascere la sinistra. Solo se essa sarà protagonista della tessitura di legami umani e sociali, di prendersi cura delle persone, di ricostruirsi popolo che esercita una cittadinanza attiva.

La proposta di Papa Francesco contenuta nella sua Enciclica “Fratelli”  “Costruire una Fraternità universale ed una amicizia sociale” è anche una proposta politica, di pratica sociale che può e deve alimentare una politica popolare. Solo questa pratica del prendersi cura delle persone può far rinascere la democrazia, nutrirla, renderla efficace, renderla costruttrice di comunità.

Tante azioni di presa in carico delle persone che svolge il volontariato non sono altro dalla politica, devono essere sostenute, illuminate, incoraggiate come pagine belle di solidarietà e di democrazia e devono essere praticate anche dalla politica e dai partiti politici. Riformare il nostro Paese significa renderlo umano, servono le politiche che investano sui grandi beni comuni ma serve l’azione quotidiana che con i gesti della vita quotidiana creino legami umani e sociali. È compito della politica inventare quei Poeti Sociali di cui parla Papa Francesco che non si battono per i poveri ma con i poveri per farli diventare cittadini attivi nella vita della comunità.

Livia Turco 

“Io, comunista italiana, orgogliosa come allora”, intervista a “Sette”

30 Ottobre, 2020 (12:34) | Interviste | Da: Redazione

Cuneese, cattolica, l’ex ministra di centrosinistra ricorda l’addio alla campagna per fare politica. «Andai a Torino, a Morozzo l’idea in cui credevo aveva significati sinistri». In città, lo choc: «Scoprii il terrorismo rosso e la presa che aveva su studenti e operai» di Tommaso Labate su “Sette” del Corriere della Sera

Dicono che il tempo lenisca i dolori, addolcisca i ricordi brutti, metta un filtro alle immagini che si vorrebbero dimenticare. Vera in parte la prima, false le altre due. «Quel giorno del 1977 lo ricordo come se fosse adesso. Era il primo ottobre, quarantatré anni fa. Il corpo di quel ragazzo, completamente ustionato, era davanti a me. Noi della Federazione giovanile comunista di Torino eravamo presenti al corteo di Lotta Continua, anche se non avevamo aderito alla manifestazione. Qualcuno dalla folla lanciò delle molotov all’interno di un bar, l’Angelo Azzurro, che si diceva fosse gestito da fascisti, anche se non era vero. Roberto Crescenzio, uno studente lavoratore, era là dentro. Il corpo che avevo davanti ai miei occhi era pietrificato. Non saprei come definirlo se non così, pietrificato…».

Il tempo di Livia Turco, oggi, è assorbito dal lavoro alla Fondazione Nilde Iotti, che ha fondato anni fa assieme a Marisa Malagoli Togliatti, figlia di Iotti e Palmiro Togliatti, e a una decina di altre amiche e compagne. Prima ancora è stata ministra della Salute e della Solidarietà sociale nei governi Prodi, D’Alema e Amato oltre che parlamentare per diverse legislature, col Pci, poi col Pds-Ds, infine col Pd. Nel 1977 era una giovane comunista arrivata da qualche anno a Torino da Morozzo, duemila anime in provincia di Cuneo. Un anno dopo sarebbe diventata la prima donna a guidare la Federazione dei giovani comunisti di Torino.

I suoi genitori la appoggiavano?

«A Morozzo non c’erano i comunisti. La parola stessa assumeva un significato sinistro, lassù. Avevo imparato la dignità della condizione operaia da mio papà ma la mia era una famiglia di cattolici, elettori della Dc. Dovetti andarmene a Torino per fare politica in santa pace».

Lei è cattolica, giusto?

«Messa tutte le domeniche, da bambina persino la lettura della poesia al parroco che se ne andava. Diventai comunista, anzi catto-comunista, quando Enrico Berlinguer teorizzò il compromesso storico. La scoperta più sconvolgente, per tutti quelli della mia generazione, era che ci fossero comunisti che predicavano la violenza e la lotta armata. Credetemi, scoprire l’esistenza del terrorismo rosso, e quanto potesse essere pervasivo presso operai e studenti, fu sconvolgente, lancinante».

Ha mai avuto paura?

«Nel movimento giovanile del Pci ci si sentiva protetti da una storia più grande di noi. Quindi, direi di no. Un po’ cominciai ad averne quando gambizzarono Nino Ferrero, bravissimo giornalista dell’ Unità, che aveva la redazione dove noi avevamo la nostra sede; lanciammo una campagna “contro ogni forma di violenza”, un messaggio che oggi potrebbe sembrare scontato ma che per quell’epoca, mi creda, non lo era».

Nel 1978 diventa la segretaria della Federazione dei giovani comunisti di Torino, prima donna a guidare l’organizzazione nella città della Fiat.

«Il battesimo di fuoco fu con una riunione alla quale era presente Giancarlo Pajetta».

Partigiano, l’uomo dell’occupazione della Prefettura di Milano nel ‘47, grande dirigente nazionale del Pci.

«Mi chiesero di fare un intervento alla sua presenza, una specie di battesimo di fuoco della mia segreteria. Dissi che noi giovani eravamo sconvolti dal terrorismo rosso, che avremmo difeso in ogni modo le istituzioni ma che quelle stesse istituzioni dovevamo cambiarle. I giovani del Pci stavano senza se e senza ma con lo Stato; ma la domanda di cambiamento dello Stato avremmo dovuto raccoglierla, senza esitazioni. Pajetta riprese la parola, disse una cosa tipo “faccio gli auguri alla segretaria dei giovani ma devo dire che inizia molto molto male; fa un intervento per dire che lo Stato va cambiato ma dimentica le cose che lo Stato fa per le nuove generazioni, come il voto ai diciottenni”. Non mi sentii intimidita. Ma sconcertata sì, lo ero, per quella risposta».

L’organizzazione giovanile nazionale era guidata da Massimo D’Alema. A Torino, nel Pci, c’erano Piero Fassino e Giuliano Ferrara. Un pezzo di classe dirigente nazionale degli anni a venire.

«D’Alema dimostrava di essere un leader lungimirante già da quell’esperienza di guida del movimento giovanile del Pci. Anche di Fassino ho incredibili ricordi, guidava la Federazione di Torino quando ero arrivata in città. Ricordo la manifestazione del 1974 per il referendum sul divorzio, venne Nilde Iotti, la dirigente che più di tutti si era battuta perché il Partito sostenesse con convinzione il No all’abrogazione della legge, cosa che all’inizio era tutt’altro che scontata».


La solidarietà nazionale delle maggioranze Dc-Pci com’era, agli occhi di una giovane comunista?

«Fu un grande insegnamento che non avrei mai dimenticato, neanche dopo. Il dialogo parlamentare da un lato e la protesta sociale dall’altro portarono all’approvazione di leggi che senza quell’esperienza non sarebbero mai arrivate. La legge Basaglia che chiuse i manicomi, la legge 194 sull’aborto, la 833 che istituiva il Servizio Sanitario Nazionale, la 285 sul lavoro».

Anni dopo lei sarebbe diventata la madre della legge sull’immigrazione pre epoca Bossi-Fini, la legge Turco Napolitano.

«Ne vado ancora orgogliosa. Anche di quello che successe dopo, con l’arrivo della Bossi-Fini, quando i medici italiani protestarono contro il rischio concreto che venisse tolta l’assistenza sanitaria agli immigrati che avevamo introdotto con la nostra legge».


Come fu la fine del Pci?

«Dolorosa. Io ero a favore della svolta di Occhetto ma andavo in giro per i congressi a sostenerne le ragioni con le lacrime agli occhi. Vede, per quelli della mia generazione l’essere altro rispetto all’Unione Sovietica era un tema già risolto. I conti li aveva fatti Enrico Berlinguer, con chiarezza. Ma capivamo con dolore che quella parola, comunismo, in certe parti del mondo aveva un significato che per noi non aveva; e per questo, con dolore, dovevamo rinunciarci».


Come si definirebbe oggi?

«Esattamente come mi definivo allora. Una comunista italiana. E, come allora, di questa storia continuo a essere orgogliosa».

CARTA D’IDENTITÀ

La vita — Livia Turco, nata in una famiglia cattolica e operaia il 13 febbraio 1955 a Morozzo (Cuneo), si è laureata in Filosofia a Torino, dove ha iniziato la militanza politica. Sposata con Agostino Loprevite nel 2006, dopo 20 anni di convivenza, ha un figlio, Enrico, nato nel 1992.

La politica — Diventa segretario provinciale della Fgci nel 1978. Eletta deputata nelle file del Pci per la prima volta nel 1987, è poi favorevole alla svolta della Bolognina: aderisce prima al Partito Democratico della Sinistra e poi ai Democratici di Sinistra e al Pd. Dal 1996 al 2001 è ministro per la Solidarietà sociale nei governi Prodi, D’Alema e Amato e ministro della Salute nel Prodi II dal 2006 al 2008. Nel 2013 decide di non ricandidarsi ed è assunta come funzionario del Pd, suscitando polemiche nel partito